LIBERTA' RELIGIOSA E LEGGE DOMENICALE

Ombre su Wojtyla

“Emanuela Orlandi è figlia di Wojtyla” – la tesi choc dello scrittore Luis Miguel Rocha

Commento e segnalazione di Maurizio-G. Ruggiero

Se fosse vero, altro che Santo il G.P. II! L’argomento utilizzato nell’articolo sottostante, secondo il quale i comunisti ne avrebbero approfittato per ricattare Wojtyla, lungi dal cancellare o allontanare l’ipotesi, ne potrebbe essere invece una conferma, considerati gli spaventosi cedimenti del polacco ai regimi rossi, prima proseguendo nell’Öst-politik di Casaroli e compagni e poi ricevendo e accreditando tutti i despoti comunisti dalle mani lorde di sangue, Gorbacev e Castro inclusi …

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Emanuela Orlandi sarebbe “A Fiha do Papa” (“la figlia del Papa”) secondo lo scrittore Luis Miguel Rocha. Nel libro, che uscirà a marzo, l’autore brasiliano sostiene che la ragazza sarebbe stata rapita proprio perchè figlia naturale di Papa Giovanni Paolo II .

Lo steso Rocha l’aveva già sparata grossa il 19 luglio 2011 quando disse: ”Affermare che Emanuela Orlandi sia sparita è un insulto a tutti gli italiani. So che lei è viva; so che è così perché l’ho incontrata. Ho percepito nei suoi occhi l’angoscia di un’anima che ha vissuto un’esistenza terribile. Adesso mi diranno che sono un pazzo, ma ormai sono vaccinato. Sono sicuro di quello che dico”.

In realtà nessuno ha mai creduto alle tesi di Rocha, neppure Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela. Secondo la fantasiosa ipotesi il papa avrrebbe concepito una figlia con una donna vaticana già sposata e con figli. Per il momento il libro non sarà tradotto in italiano.

Lo scrittore per redigere il suo dattiloscritto avrebbe preso spunto da “L’affaire Emanuela Orlandi” scritto dalla fotografa Roberta Hidalgo. Nel libro si parla di alcune prove che dimostrerebbero che Emanuela è ancora viva.

“Conosco Rocha da molti anni”, racconta la Hidalgo a Blitzquotidiano, e aggiunge: “Gli affidai il manoscritto del mio libro, perché diceva che lo avrebbe fatto pubblicare negli Usa. Invece mi ha solo fatto perdere tempo. Così ha potuto usare già a Reggio Calabria, forzandole molto, le cose che aveva appreso da me. Ora controllerò se le ha usate anche per “La Figlia del Papa” assieme ad altri miei materiali. Se mi ha ingannato e sfruttato, lo denuncerò senza nessuna esitazione”. La prova del fatto che Emanuela Orlandi sia viva potrebbe essere un assorbente.

Continua su: http://affaritaliani.libero.it/cronache/la-tesi-choc-dello-scrittore230113.html?refresh_ce

Il sostegno vaticano a Guantanamo

Creato il 03 maggio 2011 da Andream

l’Espresso sta pubblicando alcuni cablogrammi diplomatici statunitensi che sono stati recuperati da Wikileaks. In particolare, il settimanale si sta occupando di quelli che riguardano l’Italia o, come in questo caso, il Vaticano.

Nel gennaio 2002, Jim Nicholson, ex-colonnello dell’esercito e ambasciatore di Bush presso la Santa Sede dal 2001 al 2005, comunicava di aver avuto dei colloqui col cardinale Mariano Montemayor sulle reazioni del Vaticano riguardo all’istituzione del carcere di Guantanamo.

Secondo Montemayor, l’enorme numero di talebani e terroristi catturati dalle truppe statunitensi in Afganistan fece sorgere una corrente, all’interno del Vaticano, che si preoccupava della possibile violazione dei diritti umani da parte degli Stati Uniti e che chiedeva, per questa ragione, una ferma presa di posizione della diplomazia vaticana contro il trattamento dei prigionieri.

Nicholson narra anche che Montemayor gli riferì, con zelo, che alla fine aveva vinto un’altra corrente, la quale garantì, con qualche riserva, il sostegno del Vaticano alle pratiche di detenzione dei detenuti istituite dall’amministrazione Bush. Ed è purtroppo tristemente noto quali fossero queste pratiche.

Camp x-ray detainees
Detenuti appena giunti a Camp X-Ray, Guantanamo, gennaio 2002

Interessante anche il commento di Nicholson su Montemayor. L’ambasciatore fu colpito dallo zelo col quale il cardinale perorava la causa degli statunitensi e comunica le ragioni del cardinale argentino: Montemayor è figlio di un alto ufficiale della marina argentina; inoltre, «Come argentino, Montemayor si trova in acque familiari, legalmente ed eticamente, nello sviluppo del suo approccio a Guantanamo. E si è chiesto se i tribunali militari argentini del passato potranno presto trovare i loro equivalenti americani».

Ora, passi per De Mattei, che in fin dei conti non è un esponente del Vaticano, ma è davvero possibile che un cardinale addentro alle cose d’Oltretevere, la cui posizione su di una questione così delicata come la violazione dei diritti dei prigionieri è divenuta quella della diplomazia vaticana, possa rappresentare la Chiesa, per di più quella di Wojtyla?

Gianluca Di Feo e Stefania Maurizi, «La Chiesa approvò Guantanamo», l’Espresso, 29 aprile 2011; Elena Llorente, «Un monseñor argentino en Wikileaks», El Mundo, 29 aprile 2011.Il sostegno vaticano a Guantanamo

 
Karol Wojtyla

Giovanni Paolo II

REPORTAGE: La beatificazione di Wojtila
L’alleato oscuro di Juan Pablo II  Maciel, fondatore dei Legionari, era già pedofilo quando il polacco arrivò dal papa Giovanni Paolo II

El papa Juan Pablo II bendice a Marcial MacielEl papa Juan Pablo II bendice a Marcial Maciel durante una audiencia especial en noviembre de 2004.– PLINIO LEPRI (AP)

“Ed a lei, padre, quando gli venne l’idea di creare la Legione”?, gli domandò Giovanni Paolo II a Marcial Maciel la prima volta che cenarono insieme nella sala da pranzo privata del Santo Padre. La risposta di Maciel fu immediata: “Santità, a 15 anni avevo già chiaro che volevo creare una congregazione di sacerdoti per instaurare il regno di Cristo nella società”. Il Papa riflettè e continuò: “Perché lei sa, padre Maciel, io a 15 anni non ero stato ancora ordinato e non mi passava per la testa di arrivare ad essere Papa”. Secondo un religioso che presenziò alla conversazione, dietro quella frase del Papa i due scoppiarono a ridere. Il Papa sempre ammirò a Maciel quella sicurezza assoluta che aveva nella sua missione. Sapeva che era di una fedeltà assoluta.
Le loro vite erano parallele, segnate per un cattolicesimo di resistenza.
Quando Wojtyla divenne papa nel 1978, Maciel era già pedofilo. Aveva avuto già relazioni con donne; soffriva già un’assuefazione agli oppiacei ed era da decadi di maneggi economici. Controllava con mano ferrea ai suoi piccoli, carcerati nella questione dal voto di silenzio; era signore delle menti e tenute nella Legione di Cristo. Ma tutto il suo potere poco aveva a che vedere con quello che otteneva della mano del nuovo pontefice. Nel 1978, la Legione di Cristo era appena una congregazione profondamente conservatrice creata da un ambizioso sacerdote messicano che non aveva ancora promosse le sue Costituzioni, segrete, poderosa in Messico e con presenza tra le elite reazionarie della Spagna, Italia, Irlanda ed Stati Uniti. Con Juan Pablo II, Marcial Maciel ottenne un’influenza che non poteva mai immaginare.

E ancora più trascinando il suo oscuro passato del quale apparentemente nessuno notò. Maciel era un genio come esattore, i suoi seminari erano pieni e presumeva di non andare né un passo indietro né davanti al Papa. E, per poco che fosse, appoggiava economicamente a Solidaridad , il sindacato cattolico creato in Polonia nel 1980 e diretto da Lech Walesa che stava minando le fondamenta del regime comunista da parte del nuovo Papa.

Durante il papato di Wojtyla, la Legione sarebbe la congregazione cattolica di maggiore crescita. Quando Wojtyla arrivò al Vaticano, contava su 100 sacerdoti. Alla sua morte aveva 800 e più di 2.000 seminaristi ripartiti in 124 case in tutto il mondo. Università in Messico, Cile, Italia e Spagna; facoltà di Teologia, Filosofia e Bioetica. Più di 130.000 alunni. E 20.000 impiegati nel suo gruppo economico Integer. La cifra che più si è ripetuto sul valore degli attivi della Legione negli ultimi anni è di 25.000 milioni di euro.
Dopo un Papa di dubbio come Pablo VI, arrivò nel 1978 Karol Wojtyla, un Papa di certezze. Proveniente dalla sempre fedele Polonia. Come Messico. Un cattolicesimo di resistenza. Questo era il progetto che offriva il nuovo Papa in un tempo di incertezze. Per la sua battaglia, aveva bisogno di un esercito incondizionato. Non gli valevano oramai i francescani, domenicani o gesuiti. Erano troppo compromessi coi poveri. Confinanti col marxismo. Inimicati coi poderosi. Wojtyla trovò le sue nuove reclute nell’Opus, i Kikos, Lumen Dei, i carismatici, Comunione e Liberazione, Schoenstatt, San Egidio e nella Legione di Cristo. Insieme montarono nella macchina del tempo e ritornarono fino agli anni cinquanta. Fino ad una Chiesa con un potere centralizzato, senza posto per la dissidenza. E decisero che quella era la Chiesa di fine di secolo; quella che doveva rievangelizzare il pianeta. Maciel sarebbe uno dei marescialli di campo.
Le loro traiettorie erano quasi gemelle. Erano nati nel 1920, con due mesi di differenza, nel seno di famiglie conservatrici, rurali e di classe media. Servitori in un cattolicesimo pio, vigoroso, esclusorio, di molta resistenza politica ed unito al sentimento nazionale del Messico e Polonia. Vivrebbero momenti di oppressione religiosa durante la loro infanzia che li educherebbe in un cattolicesimo di battaglia. Le madri di ambedue, Emilia e Maurita, sarebbero l’amore della loro vita; la chiave del loro indottrinamento religioso, il loro modello. Le donne dovevano essere per essi madri e mogli. E trasmettitori del catechismo. Come le loro madri.
Secondo Maciel nel suo libro “La Mia vita è Cristo”, Juan Pablo II ed egli si conobbero nel gennaio del 1979, due mesi dopo che Wojtyla fosse scelto successore di san Pietro. Al nuovo Papa gli fu messo in testa che il suo primo viaggio fuori dell’Italia doveva essere in Messico, un paese con più di 80 milioni di cattolici nelle porte degli Stati Uniti e l’America Centrale della Teologia della Liberazione. Bisognava strappare l’America agli artigli del comunismo.
Nel gennaio del 1979, Wojtyla era deciso a realizzare quel viaggio. Ma il Governo messicano non era tanto chiaro. Messico e la Santa Sede non mantenevano relazioni diplomatiche. Il Messico era un Stato profondamente laico con una costituzione anticlericale. Ma contemporaneamente contava su un cattolicesimo molto emozionale, di sangue. La sua legislazione implicava che nel caso in cui Giovanni Pablo II visitasse il Messico, non potrebbe farlo come capo di Stato, bensì come un “turista illustre”; non sarebbe stato invitato ufficialmente dal presidente José López Portillo. Non avrebbe potuto celebrare la messa in spazi aperti. Con il suo proposito di visitare il Messico, Wojtyla se la giocava. Giusto all’inizio del suo pontificato.
In questo apparve Maciel. Dentro la rete di amicizie che il fondatore dei legionari aveva tessuto in Messico stavano Rosario Pacheco e Margarita ed Alicia López Portillo. Cattoliche, ricche e madre e sorelle del presidente messicano, José López Portillo. Maciel era il confessore della signora Rosario. Parlò con esse. Ed esse col presidente. Si operò il miracolo. López Portillo invitò il Papa e lo riceverebbe nell’aeroporto.Giovanni Pablo sarebbe stato autorizzato a dire all’aperto la messa davanti a centinaia di migliaia di fedeli. E la visita sarebbe stata trasmessa per televisione.
Wojtyla non dimenticherà mai quel sottile lavoro. A Roma, a nessuno gli importò che corressero le dicerie contro il superiore dei legionari; che in qualche angolo della curia si nascondesse un grosso dossier sulle sue avventure. Giovanni Pablo II li ignorò. E durante quasi tre decadi non smise di ricompensare la lealtà di Maciel.
Negli anni seguenti, Wojtyla approvò le Costituzioni della Legione senza cambiare una virgola, ordinò nel Vaticano a 59 legionari ed invitò a Maciel ad investigare vari sinodi di vescovi in Europa ed America latina. Favorì la creazione dell’università pontificia dei legionari in Roma e l’introduzione della congregazione in Cile. Ed arrivò a definire a Maciel come “guida efficace per la gioventù.”
E quando le cose si cominciarono a mettere male per Maciel dietro la pubblicazione in The Hartford Courant delle prime denunce per abusi sessuali, nel febbraio di 1997, il Papa fece udito sordo. In uno degli ultimi atti della Legione che presidiò alla fine della sua vita, Wojtyla omaggiò ancora i membri della Legione di Cristo elevando la voce e superando la sua enorme debolezza: “Si nota, si sente, i legionari sono presenti.”
Quando il vescovo messicano Carlos Talavera consegnò nel 1999 una lettera al cardinale Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ed oggi Papa che dettagliava gli abusi di Maciel sull’ex sacerdote legionario Juan Manuel Fernández Amenábar, la risposta di Ratzinger fu concludente, come dichiarò dopo quello stesso vescovo: “Deplorevolmente, non possiamo aprire il caso del padre Maciel perché è una persona molto cara del santo padre, ha aiutato molto alla Chiesa e lo considero un tema molto delicato.”
Dovrebbe morire Juan Pablo II nell’ aprile di 2005 affinché la tresca Maciel si riattivasse. E già niente potrebbe salvarlo della condanna. Il fuoco eterno lo teneva assicurato.
Jesús Rodríguez è autore del libro La confessione. Le estranee avventure di Marcial Maciel ed altri misteri della Legione di Cristo (Debate). http://www.elpais.com/articulo/sociedad/aliado/oscuro/Juan/Pablo/II/elpepisoc/20110429elpepisoc_9/Tes


“Wojtyla sapeva, Ratzinger tace”

Il fratello della Orlandi: rapita per condizionare la volontà del Papa

Emanuela Orlandi rapita il 22 giugno 1983Emanuela Orlandi rapita il 22 giugno 1983

Roma, 10-05-2011

“Io so chi ha rapito Emanuela. È un sistema, un intreccio di poteri che collegano il sequestro all`attentato a Wojtyla. I mandanti volevano condizionare la volontà del Papa”. Esordisce così Pietro Orlandi, fratello di Emanuela e figlio di un messo papale, che parla in una intervista a Vanity Fair, in edicola domani, in cui per la prima volta parla del suo libro ‘Mia sorella Emanuela’, scritto a quattro mani con Fabrizio Peronaci, giornalista del Corriere della Sera.
Il volume, che ripercorre la tragica scomparsa di Emanuela rapita il 22 giugno 1983 e mai più ritrovata, esce, non casualmente, il 13 maggio, a trent`anni esatti dal giorno dell`attentato alla vita di Giovanni Paolo II. Il lungo diario si apre con il sequestro di Emanuela e si chiude sull`incontro di Pietro con Ali Agca, che tentò di uccidere il Papa quel 13 maggio 1981 e che, nel 1997, scrisse alla famiglia Orlandi una lettera che oggi per la prima volta è pubblicata integralmente su Vanity Fair.
Ali Agca le ha fatto dei nomi anche clamorosi. Quanto si è stupito? “Non più di tanto. Ho sempre pensato che in questa vicenda vi sia la responsabilità di più persone e che si tocchino livelli molto alti. Mi aspettavo che i magistrati mi convocassero dopo l`incontro con Agca, ma, a distanza di quindici mesi, nessuno ancora mi ha chiamato. Mi auguro che lo facciano adesso”.
Nella lettera, Agca le ha assicurato che Emanuela è viva e sta bene. “Io spero che sia così e che, come mi ha detto lui, ‘questa menzogna arrivi presto alla fine’. Però queste sono parole di Agca e, anche se mi ha indicato un percorso per liberare mia sorella, io non ho gli strumenti per farlo”. A suo tempo, Wojtyla fece diversi appelli pubblici per Emanuela. Ma Agca esclude che il Papa sapesse.
“Wojtyla è stato molto vicino, anche personalmente, alla mia famiglia, e questo ci è stato di grande conforto. A differenza di Agca, però, io – prosegue – sono convinto che sapesse. Il 27 luglio, quando convocò i miei in Vaticano, Giovanni Paolo II, in lacrime, parlò per la prima volta di ‘un`organizzazione terroristica'”.
“E alla vigilia del Natale 1983 – aggiunge ancora – quando venne a casa nostra per portarci un regalo e gli auguri, si mostrò fin troppo chiaro. Ho ancora nelle orecchie la sua voce, le sue parole: ‘Cari Orlandi, voi sapete che esistono due tipi di terrorismo, uno nazionale e uno internazionale. La vostra vicenda è un caso di terrorismo internazionale’. Disse proprio così, come se avesse delle prove. Ed era il massimo rappresentante della verità in terra che, in quel momento, condivideva con noi il nostro dramma. Il Papa non si può esporre in questo modo se non sa”.

Nel 2009 vi siete rivolti anche a Benedetto XVI, con una lettera fin qui rimasta segreta. Con quali risultati? “Zero, purtroppo. La Santa Sede, che io considero la mia seconda famiglia, questa volta non ha ritenuto di spendere nemmeno una parola per una ragazza che era cittadina vaticana. Per una famiglia che serve il Papa fin dal 1920, dai tempi di mio nonno. È questa indifferenza da parte degli uomini della Chiesa, questo muro di gomma opposto con ostinazione alla chiarezza e al dolore che mi fa male e che rende difficile, a me credente, continuare a credere in chi dovrebbe rappresentare Cristo in terra”.
E adesso che cosa si aspetta? “Che il Vaticano sgretoli il suo muro di gomma. Che chi sa si faccia vivo e assuma le sue responsabilità”.
http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=152674

 

Wojtyla santo: l’ombra di pedofili, Pinochet e Emanuela Orlandi

26 aprile 2011 | 11:09

Karol Wojtyla è davvero un beato? Anche santo? La Chiesa può dichiarare santo e beato chi più le aggrada, l’importante è che non voglia costringere gli altri a credere anche loro in ciò che credono i sui fedeli. Ecco perché serve poco porsi certe domande su Wojtyla o sugli altri “santi” e “beati” dichiarati tali dalla Chiesa. Alcuni dei quali peraltro oggi santi non lo diventerebbero più, come per esempio S. Carlo Borromeo, il famoso vescovo e santo di Milano: grande cultore delle torture e dei roghi dell’Inquisizione, che però ha in comune con Wojtyla l’essere scampato a un attentato con una pistola dell’epoca e avere voluto interpretare l’essere rimasto illeso come un miracolo, un segno della benevolenza di Dio, quando si trattava invece solo di imperizia dello sparatore e inefficienza dell’arma usata.

Tutto ciò premesso, che Wojtyla non debba essere considerato beato, e quindi tanto meno santo, perlomeno nel senso attribuito a tali termini dai laici, risulta chiaro da almeno due episodi. Il primo e senza dubbio il più grave è essere il responsabile dell’ordine imposto ai vescovi di tutto il mondo nel marzo 2003 di tacere alle autorità civili dei propri Paesi su qualunque caso di pedofilia del clero. L’ordine, come ho scritto più volte, venne firmato dall’attuale papa, Ratzinger, e dall’attuale segretario di Stato vaticano, Raffaele Bertone, nella loro veste, all’epoca, rispettivamente di responsabile e suo vice della Congregazione per la dottrina della fede (ex tribunale dell’Inquisizione). Ma a volere quell’ordine, nell’ambito di un aggiornamento delle leggi vaticane relative a una serie di delitti, e a ratificarlo è stato Wojtyla. Le conseguenze sono tristemente note. Gli scandali per i casi di pedofilia del clero coperti dalle gerarchie locali sono esplosi un po’ ovunque, in Italia, negli Usa, in Australia, in Austria, in Irlanda, ecc. Negli Usa la Chiesa in vari processi ha dovuto pagare alle vittime dei preti pedofili danni per cifre totali astronomiche, e per quell’ordine del 2003 una corte del Texas nel 2005 ha accusato Ratzinger di ostruzione della giustizia. Per evitare un devastante rinvio a giudizio è dovuto intervenire l’allora presidente George Bush junior, che ha imposto l’immunità dovuta ai capi di Stato perché nel frattempo l’imputato era stato eletto papa, diventando così anche capo dello Stato del Vaticano.

Un’altra grave colpa che attribuisco a Wojtyla è avere contribuito a far credere che fosse un rapimento la scomparsa della giovanissima sua concittadina vaticana Emanuela Orlandi, svanita nel nulla nel tardo pomeriggio del 22 giugno 1983. Emanuela era una bella e vivace ragazzina di quasi 16 anni e non c’era assolutamente nessun motivo, nessun indizio che potesse legittimamente far credere che fosse stata rapita anziché essere scappata di casa per un po’, come fanno migliaia di minorenni ogni anno anche in Italia, o anziché essere rimasta vittima di qualcos’altro, come pure succede a centinaia di altri minorenni ogni anno, fino ai recenti casi di Sarah Scazzi e YaraGambirasio. Eppure un paio di settimane dopo quel 22 giugno, per l’esattezza la prima domenica di luglio, Wojtyla alla fine della consueta preghiera dell’Angelus sorprese il mondo accreditando la pista del rapimento e lanciando un appello perché la ragazza fosse rilasciata. Il tutto senza neppure interpretare o almeno avvertire i genitori della ragazza, il padre della quale, Ercole Orlandi, era un fattorino di Wojtyla. Abitante in Vaticano con la famiglia, moglie, cinque figli e una sorella, Ercole portava di persona ai destinatari residenti a Roma le lettere, i messaggi, gli inviti, le convocazioni, i doni, gli incoraggiamenti e quant’altro del papa.

L’appello di Wojtyla diede la stura alla bufala, durata un quarto di secolo, del rapimento “politico”: per anni e anni si è infatti favoleggiato – con enorme clamore, ma sempre senza mai lo straccio di una prova – che Emanuela era stata rapita per essere scambiata con Alì Agca, il terrorista turco condannato all’ergastolo per avere sparato in piazza S. Pietro a Wojtyla una domenica d’estate del 1981. Per anni e anni si è anche favoleggiato che ad armare Agca fossero stati i servizi segreti di Mosca, all’epoca capitale del colosso comunista URSS: la vulgata tenuta in scena per quasi 25 anni affermava che i “servizi” di Mosca erano desiderosi di togliere di mezzo il papa polacco perché alimentava le proteste anticomuniste della natia Polonia. Sta di fatto che la ragazza non è tornata a casa neppure dopo che Agca è stato infine estradato in Turchia in occasione dell’”anno santo” del 2000. Un mancato ritorno che è la prova lampante del fatto che la pista del “sequestro politico” era una montatura. Nei giorni scorsi è arrivato in libreria “Uccidete il papa”, libro nel quale il giornalista di Repubblica Marco Ansaldo dimostra, appunto, ciò che era chiaro fin dall’inizio: vale a dire, che la pista “comunista” dietro Agca era infondata. Nessuno però osa trarre le conclusoni: e cioè che Emanuela Orlandi non è stata rapita. Meglio tenere in scena la nuova versione, lanciata nel 2005, che vuole Emanuela comunque rapita: non più dagli amici di Agca, ma dalla banda della Magliana…

E’ ovvio che se davvero Emanuela fosse stata rapita, ai sequestratori dopo l’appello lanciato in mondovisione dal papa in persona non sarebbero rimaste che due sole possibilità: liberare l’ostaggio o sopprimerlo. I rapitori si sarebbero ovviamente resi conto che dopo quel clamoroso appello sarebbero stati fatti segno a una caccia senza quartiere, non solo da parte della polizia e dei carabinieri e neppure da parte dei soli servizi segreti italiani. Insomma, gli eventuali rapitori non avrebbero avuto scampo: se non si fossero liberati in fretta della ragazza, viva o morta, sarebbero stati braccati e catturati. Per giunta di appelli Wojtyla ne fece ben otto: se per scrupolo o imperizia gli ipotetici rapitori non si fossero liberati di Emanuela dopo il primo appello, sicuramente lo avrebbero fatto senza aspettare l’ottavo. Teniamo presente che in Italia nel 1983, anno della scomparsa di Emanuela, di casi di rapimenti a scopo d’estorsione accumulati nel corso degli anni ’70 e dei primi anni ’80 se ne contavano a centinaia, non mancava quindi l’esperienza per sapere che se si voleva risolvere felicemente un caso, cioè arrivare al rilascio o alla liberazione armi alla mano dell’ostaggio vivo, era essenziale non fare troppo baccano.

Neppure un anticlericale incallito può pensare che un papa condanna a morte una ragazzina per quello che al massimo sarebbe stato solo un inutile gesto di buonismo. Chiaro come il sole quindi che Wojtyla – e la segreteria di Stato vaticana che lo consigliava – sapesse con certezza che Emanuela non era stata rapita, ma era morta per responsabilità, accidentale o meno, di qualcuno d’Oltretevere. Qualcuno che non si poteva abbandonare al suo destino, nelle mani cioè della giustizia. Che in Vaticano sapessero bene come stavano le cose, e cioè che per Emanuela non c’era più niente da fare, lo dimostra anche la testimonianza di monsignor Francesco Salerno ai magistrati italiani: “Poiché mi occupavo di finanza vaticana e avevo quindi molte conoscenze, nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa della Orlandi proposi a monsignor Giovanbattista Re, dirigente di un settore della Segreteria di Stato, di darmi da fare per cercare di sapere cosa le fosse successo. Ma il monsignore mi disse che era meglio lasciare le cose come stavano”. Qualcuno potrebbe pensare che Salerno fosse un mitomane o un bugiardo. Ma si tratta di ipotesi da escludere: monsignor Salerno, infatti, successivamente alla sua testimonianza, è stato nominato rettore della basilica di S. Giovanni in Laterano. E ovviamente non si mette un mitomane o un bugiardo a capo di quella che dopo la basilica di S. Pietro è la più importante chiesa dell’intero modo cristiano.

I magistrati hanno anche intercettato una telefonata di monsignor Bertani, “cappellano di Sua Santità”, che ordina al vicecapo della Vigilanza vaticana, Raul Bonarelli, di mentire agli inquirenti che lo avevano convocato per interrogarlo come testimone: “Non dire che la Segreteria di Stato ha indagato. Di’ che siccome la ragazza è scomparsa in territorio italiano la competenza delle indagini è della magistratura italiana e non del Vaticano”.

Come si vede, anche tralasciando tutto il resto, compreso il non encomiabile viaggio in Cile presso il golpista torturatore e massacratore Pinochet, è piuttosto difficile credere che Wojtyla sia davvero degno degli onori degli altari. Semmai, è legittimo il sospetto che lo si voglia “santo subito!” per evitare che se ne indaghi troppo l’operato. La Chiesa per un pezzo era indecisa se mandare Francesco d’Assisi al rogo o no, tanto dava fastidio con le sue prediche all’andazzo gudurioso e carnascialesco dei papi e del Vaticano, poi decise di renderlo inoffensivo facendolo santo: il modo migliore per evitare che la gente si mettesse in testa di capire bene cosa predicasse e perché. All’opposto, Carlo Borromeo fu fatto santo per evitare si indagasse troppo sulla sua vita reale, ricca di lussi, sopraffazioni e condanne al rogo con la scuse più pretestuose. http://www.blitzquotidiano.it/opinioni/nicotri-opinioni/wojtyla-santo-pedofili-pinochet-emanuela-orlandi-834299/

Wojtyla santo? Una voce fuori dal coro riporta ombre e lati oscuri del pontificato di Giovanni Paolo II

ROMA – Il primo maggio sarà il giorno della beatificazione di Karol Wojtyla, il papa che con i suoi anni di pontificato è stato capace di riunire i cattolici, muovendo milioni di fedeli ogni volta che andava in giro per il mondo, ma anche capace di attirarsi critiche per le sue posizioni sul comunismo e il sesso, anche se c’è chi lo ha accusato di aver fatto poco contro la pedofilia. C’è un coro di elogi a favore di GiovanniPaoloII che unisce giornali anche diversi tra loro come Repubblica, La Stampa, Il Corriere della Sera, Il Sole 14 Ore. Colpisce che nessuno di loro abbia notato la scelta del giorno, il primo maggio, tradizionalmente una festa di sinistra, anzi molto comunista, la festa dei lavoratori e del lavoro, costata anche morti per affermarne il diritto.

Ma ora nel corso quasi rapsodico c’è una voce di dissenso, quella di MicroMega, che in edicola e in libreria propone un numero speciale sulla beatificazione dal titolo: “Karol Wojtyla. Il Grande Oscurantista”.

Scrive Paolo Flores d’Arcais, professore di filosofia, agitatore politico e direttore della rivista: “Celebrata da tutti, cattolici e laici, credenti e non credenti, come una pietra miliare del dialogo fra la Chiesa e il mondo contemporaneo, la “Fides et Ratio”, una delle più importanti encicliche del papa polacco, è in realtà un monumento all’integralismo cattolico preconciliare che rifiuta l’autonomia della ragione e dell’individuo e perfino i fondamenti della democrazia”.

Aggiunge Flores: “Wojtyla ha dichiarato guerra alla guerra, e con questo messaggio di intransigente pacifismo ha conquistato molti consensi in settori molto lontani dalla Chiesa. Ma in realtà ha dichiarato guerra alla modernità e al suo fondamento: lo spirito critico del pensiero laico. E in questa battaglia non si è trovato affatto solo, potendo contare sull’appoggio degli altri fondamentalismi religiosi e di troppi orfani del marxismo”.

Nel fascicolo sono riproposti contributi già apparsi in passato su MicroMega, arricchiti dalla testimonianza di dom Giovanni Franzoni di fronte alla Postulazione per la causa dei santi nel processo di beatificazione di Wojtyla e dalla riflessione di Hans Kung, il maggior teologo cattolico vivente, che ricorda le tante ombre di Giovanni Paolo II: dalla titubanza nell’intervenire sugli abusi sessuali al pieno sostegno ai Legionari di Cristo del “discusso” Maciel, passando per la crociata sul celibato ecclesiastico, la carenza di miracoli e l’inflazione di santificazioni dal grande valore mediatico.

Nel numero c’è spazio anche per tutte le opinioni sul pontefice in una sorta di dialogo tra posizioni differenti. Una “tavola rotonda” con Paolo Flores d’Arcais, Piero Coda, Emanuele Severino, Enzo Bianchi, Gianni Vattimo, Andrea Riccardi e Massimo Cacciari.

L’ultima sezione del numero è dedicata invece alla sua morte. Lina Pavanelli osserva come un’attenta analisi delle condizioni di salute di Giovanni Paolo II dimostra che non gli sono state praticate, nelle ultime settimane, alcune cure che avrebbero potuto tenerlo in vita ancora a lungo. Wojtyla, per l’autrice, le avrebbe rifiutate perché le considerava troppo gravose: lui diventerà santo, a Piergiorgio Welby sono stati rifiutati persino i funerali.

Il teologo Hans Kung nel numero parla quindi delle ombre di Wojtyla, scrivendo: “La titubanza nell’intervenire sugli abusi sessuali, il pieno sostegno ai Legionari di Cristo, la crociata sul celibato ecclesiastico, la carenza di miracoli e l’inflazione di santificazioni dal grande valore mediatico, questi i motivi per cui Giovanni Paolo II non è un santo”. Giovanni Franzoni, anch’egli teologo, abate di San Paolo fuori le Mura è stato convocato agli inizi del 2007 dalla Postulazione per la causa dei santi per portare la sua testimonianza nel processo di beatificazione di Karol Wojtyla. Il ritratto del pontefice che emerge dalla sua deposizione giurata, che sullo speciale di MicroMega viene riprodotta fedelmente, è assai distante dall’iconografia ufficiale.

Nella tavola rotonda invece, svoltasi pochi giorni dopo la morte di Giovanni Paolo II, filosofi, teologi, storici, chi credente e chi non, affrontano senza diplomazie gli aspetti cruciali e controversi di un papato che ha segnato un secolo e l’intera storia della Chiesa: il rapporto con la modernità, il dialogo interreligioso, l’impatto nella politica, la questione del “senso”.

Infine il capitolo dedicato alla morte di Wojtyla, a cura di Lina Pavanelli, intitolato “La dolce morte di Karol Wojtyla”. Un’attenta analisi delle condizioni di salute di Giovanni Paolo II nelle ultime settimane della sua esistenza dimostra che non gli sono state praticate alcune cure che avrebbero potuto tenerlo in vita ancora a lungo. Il vecchio papa le ha rifiutate perché le considerava troppo gravose. Lui diventerà santo, a Piergiorgio Welby sono stati rifiutati persino i funerali. Dopo la pubblicazione del saggio, ripreso dalle maggiori testate e televisioni internazionali e pressocché ignorato in Italia, qualcuno ha tentato di smontarne la tesi centrale, ovvero quella secondo la quale Giovanni Paolo II abbia rifiutato una terapia (la nutrizione artificiale adottata in tempo utile e continuativamente) che la Chiesa considera moralmente obbligatoria (altrimenti è eutanasia). Ma nessuna critica è riuscita a dimostrare l’insostenibilità di questa ipotesi, che anzi viene qui ribadita con nuove osservazioni. http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/wojtyla-santo-pedofilia-comunismo-vaticano-830078/

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