IL SIONISMO EBRAICO

Ebrei e palestinesi: due nomi per un stesso popolo

Un investigatore israeliano sostiene che l’85% dei palestinesi ha origini ebree e che il suo paese dovrebbe riconoscerli e cercare la soluzione allo storico conflitto del Medio Oriente nella formula di “un stato per un popolo”.
Zvi Mesinai, fisico e programmatore informatico dedicato da anni alla Storia, serve da intermediario tra quattro palestinesi che reclamano avere origini ebree ed un consiglio rabbinico denominato il “Nuovo Sinedrio” che studia se le sue teorie hanno fondamento.
“Qui fu lo stesso come in Spagna”, assicura Efe Mesinai, autore di “Vedere per credere” (auto-pubblicato 2006), riferendosi al processo di meticciato e conversione che ebbe luogo nella Penisola Iberica e, sostiene, ebbe anche luogo in Medio oriente.
“I palestinesi sono ebrei convertiti”, assicura Mesinai, per i quali il suo libro è “il primo che fa il bilancio della storia palestinese di 2000 anni.”
I quattro palestinesi il cui caso patrocina questo investigatore vivono nelle colline del distretto Cisgiordano di Hebrón, e uno di loro è venuto da lui con oggetti liturgici ebrei che disse avere ricevuto da un prozio, con l’affermazione che i suoi antenati furono convertiti all’Islam con la costrizione.
Esattamente come se si trattasse di conversos nella Spagna medievale, un altro gli raccontò che la sua famiglia usava accendere le candele in segreto prima del giorno di sabato e durante la festa di “Hanukkah”, che commemora la rivolta dei Maccabei contro la Grecia nel II secolo a.C.
L’identità dei quattro è mantenuta in gran segreto per paura di atti di rappresaglia dei suoi vicini, ma Mesinai tenta di convincere i rabbini che aprano loro le porte del giudaismo.
Ad essi ed altre migliaia della stessa regione, dice, hanno anche radici ebree.
“Sembra che questi quattro siano (musulmani) solo dalle ultime generazioni, ma l’origine ebrea della maggior parte dei palestinesi risale a secoli addietro, afferma.
La ricerca si basa, tra gli altri elementi, sui risultati di uno studio scientifico del cromosoma Y, che nel 2000 stabilì un’affinità genetica tra gli ebrei e più dell’80% dei palestinesi.
Questo contesta anche le teorie che furono relativamente pochi gli ebrei che rimasero nella zona dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel primo secolo e la Rivolta di Bar Kosiba contro Roma nel secondo secolo II, al principio del Secondo Esilio.
“Prima della rivolta c’erano circa due milioni di ebrei, e sono stati un milione quelli che, nel corso del tempo, molti si convertirono al cristianesimo sotto l’Impero Bizantino”, dichiara.
Egli spiega che nel 1012, quando il califfo fatimí Al-Hakim ordinò che tutti i suoi sudditi si convertissero all’Islam o abbandonassero i suoi territori, c’erano nella zona circa 600.000 discendenti delle tribù dell’Israele.
Secondo l’investigatore, “mezzo milione di loro erano ancora ebrei di religione”
La stragrande maggioranza, sottolinea, si trasformarono in “mustarabim”, equivalente a “maiale” perché continuarono a praticare in gran segreto il giudaismo; “da questi convertiti provengono i palestinesi”, aggiunge.
Quello che molti potrebbero tacciare di “ciarlataneria”, è per Mordejai Nisán, docente della Universidad Hebrea en Estudios del Medio Oriente (Università Ebraica), “quanto meno fattibile.”
“A priori la sua premessa ha una base”, spiegò ad Efe un altro esperto, perché in qualunque posto nel quale ci sono cambiamenti demografici e migrazioni si mescolano le origini dei popoli.
Ci sono perfino cognomi e popoli palestinesi che apparivano già menzionati nel Guemará (parte del Talmud) come abitato da ebrei, come Yata e Samoa in Hebrón, o Sahnín nella Galilea, oggi di popolazione araba”, sottolinea Nisán.
Ma afferrato alle norme più strette dell’investigazione storica, Nisán preferisce non rischiare cifre, perché “prima è necessario verificare e contrapporre” tutti i metodi scientifici.
L’audace teoria di Mesinai ha anche un punto di vista politico, poiché afferma che “se i palestinesi sono di origine ebrea, dar loro ora un stato sarebbe superfluo”.
“La formula di due stati per due popoli che promulgano tutti è una ricetta per il fallimento. I palestinesi sono i nostri fratelli, cosicché quello che si richiede è “uno stato per un popolo”, dice.
Nella sua opinione, lo Stato ebraico deve accogliere tutti i discendenti del “storico popolo dell’Israele”, indipendentemente dalla religione che pratichino ora, ed aprir loro le porte, benché solo a quelli che desiderino abbracciare di nuovo il giudaismo.
Fuente: Yahoo Mexico / EFE
Autor: Elías L. Benarroch para EFE
Fotografía: Face2Face project

Assassinato dirigente di Hezbollah

4/12/2013

Un dirigente di Hezbollah (uno dei leader della Resistenza islamica sciita, i veri musulmani, in lotta con i Sunniti musulmani di originari del popolo d’Israele) è stato assassinato nella notte in una cittadina a sud-est di Beirut: lo ha reso noto Al Manar, l’emittente televisiva dell’organizzazione politico-militare libanese, sostenendo che dell’omicidio è responsabile Israele.

Hassan Lakkis, questo il nome del dirigente, è stato ferito a morte da colpi di arma da fuoco esplosi mentre stava parcheggiando l’automobile nei pressi della sua abitazione a Hadath, una cittadina a circa 75 chilometri di distanza dalla capitale del Libano. Secondo Al Manar, i servizi segreti di Israele avevano già cercato di assassinarlo.

Ieri Hassan Nasrallah, il capo politico di Hezbollah, aveva accusato l’Arabia Saudita di essere responsabile di un attentato con autobomba che il mese scorso aveva colpito la sede dell’ambasciata dell’Iran a Beirut. Hezbollah è un’organizzazione di matrice sciita che dopo l’inizio della guerra civile in Siria ha inviato combattenti al di là del confine a sostegno del presidente Bashar Al Assad. L’Iran è considerato un alleato chiave sia del governo di Damasco che di Hezbollah. A livello regionale, del resto, Teheran è un rivale sia di Riad che di Tel Aviv. Fonte Misna.

Completata la barriera di separazione con il Sinai

4/12/2013
Misna. Israele ha completato la costruzione dell’ultima parte della muraglia al confine con l’Egitto nella zona di Eilat. Lo ha reso noto questa mattina la radio militare israeliana secondo cui la barriera si dispiega per una lunghezza di 245 chilometri e va da Rafah, sul Sinai, a Eilat, affacciata sul golfo di Aqaba al confine con la Giordania. Scopo dichiarato della nuova barriera di divisione, prevenire infiltrazione di migranti africani attraverso il Sinai, rotta privilegiata di somali, eritrei ma anche sudanesi in fuga da guerre e povertà. Un portavoce dell’esercito ha dichiarato alla radio che “le forze armate monitorano gli elementi terroristici presenti nel Sinai e lavorano per impedire la loro infiltrazione in territorio israeliano”.

La costruzione della gran parte della barriera, circa 230 chilometri, aveva preso ai costruttori circa due anni e mezzo, ma gli ultimi 15 chilometri, da soli, hanno richiesto ben 18 mesi. Si tratta infatti del territorio più accidentato e pietroso, ma anche quello in cui, in passato, si era concentrato il maggior numero di passaggi.

“Peres incontra (in segreto) ad Abu Dhabi 29 ministri arabi e musulmani”

“Peres incontra (in segreto) ad Abu Dhabi 29 ministri arabi e musulmani”

 

 3/12/2013

downloadQudsn.ps. Il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth ha rivelato, il 2 dicembre, che il presidente israeliano Shimon Peres ha preso parte al summit internazionale di Abu Dhabi a fianco dei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, dei ministri degli Esteri di Malesia, Indonesia e Bangladesh, e di quelli dei paesi arabi.

 

Tale evento, definito “storico” dal quotidiano israeliano, s’è verificato durante il summit per la sicurezza del Golfo, di recente tenutosi ad Abu Dhabi, al quale Peres ha partecipato in videoconferenza dal suo studio di Gerusalemme alla presenza dei ministri degli Esteri di 29 paesi arabi e musulmani.

 

Seduto alla sua scrivania, con dietro la bandiera di Israele, Peres s’è rivolto ai partecipanti senza essere interrotto e senza che nessuno uscisse dalla sala. Tutti hanno applaudito al termine del suo discorso.

 

Il quotidiano riporta che il capo dell’occupazione israeliana ha dichiarato ai presenti che Israele può essere efficace nel nuovo Medio Oriente, collaborare assieme agli arabi per quanto riguarda il fondamentalismo islamico ed il nucleare iraniano, e proporre la propria visione delle cose all’intera regione.

Era stato stabilito che la seduta, come richiesto dagli Emirati, i quali avevano accolto la richiesta americana di far parlare Peres, restasse segreta, ma la notizia è trapelata.

 

Tra i presenti c’era anche il figlio del re saudita.

Secondo il quotidiano israeliano è Thomas Friedman, noto giornalista del New York Times, “colui che ha svelato l’incontro, al quale, vista la sua importanza, ha preso parte. E’ stato però molto attento a rispettare le condizioni del summit e a non rivelare nulla del contenuto del discorso di Peres”.

 

Uno degli organizzatori del summit ha dichiarato a Yedioth Ahronoth che “la partecipazione di Peres ha molto colpito entrambe le parti. Tutti si sono resi conto dell’importanza storica dell’evento. Mentre Peres sedeva nel suo studio di Gerusalemme, con dietro la bandiera di Israele, loro erano nel Golfo a discutere insieme di sicurezza, guerra al terrorismo e pace”.

L’incontro è stato organizzato su iniziativa di Terye Larsen, Consigliere del Segretario Generale delle Nazioni Unite, e di Martin Indyk, inviato speciale del governo statunitense. Fonte http://www.infopal.it/peres-incontra-in-segreto-ad-abu-dhabi-29-ministri-arabi-e-musulmani/

 

Netanyahu s’impegna ad applicare il piano “Prawer” e minaccia i manifestanti palestinesi

 

2/12/2013

 

Nazareth-Quds PressMigliaia di cittadini palestinesi hanno preso parte alle manifestazioni svoltesi in diverse zone contro il piano “Prawer-Begin”, ideato dall’occupazione israeliana per colpire la presenza palestinese nel deserto del Negev, a sud dei territori occupati nel 1948.

Palestinesi hanno manifestato a Ramallah nei pressi dell’insediamento di Beit El, a Gerusalemme vicino la porta al-Amud, nel campo profughi di Qalandiya, a Haifa e Hawra, villaggio del Negev testimone degli scontri più violenti, mentre sit-in di protesta sono stati organizzati nella Striscia di Gaza.

 

Il bilancio fornito dalla polizia israeliana degli scontri avvenuti in diverse parti del territorio palestinese parla di 16 poliziotti feriti e di 34 palestinesi arrestati.

Da parte sua, Benjamin Netanyahu, premier israeliano, s’è impegnato a sostenere il piano “per un futuro migliore per tutti quelli che vivono nel Negev” affermando, durante un colloquio con il ministro della Sicurezza Interna Yohanan Danino, che “verrà tenuto conto di chi non rispetta la legge così che disordini del genere non potranno più avvenire “.

 

Il piano Prawer prevede la confisca di 800 mila dunam, l’evacuazione di 70 mila residenti e la distruzione di 35 villaggi non riconosciuti.

La legge è stata approvata dalla Knesset nel giugno 2013.http://www.infopal.it/netanyahu-simpegna-ad-applicare-il-piano-prawer-e-minaccia-i-manifestanti-palestinesi/

 

Arabia Saudita e Israele destabilizzano il Medio Oriente

 

 30/11/2013

 

israel-saudi-arabiaPressTv. Di Tahmineh Bakhtiari. La posizione strategica del Medio Oriente e la presenza di vaste riserve energetiche nella regione hanno sempre rappresentato i principali motivi di instabilità. Durante il secolo scorso, la maggior parte dei poteri economici mondiali ha tentato di penetrare nella regione al fine di espandere il proprio dominio sul Medio Oriente. In una prima fase, l’Impero Ottomano venne diviso e successivamente vennero fondati altri stati fomentando i conflitti etnici e tribali e sostenendo una tribù contro l’altra. La maggior parte di questi stati si basa su sistemi totalitari che mirano a soddisfare gli interessi della classe dirigente e dei suoi sostenitori occidentali invece degli interessi della popolazione. Nel frattempo l’Arabia Saudita, che ha forti legami con gli Stati Uniti e il mondo occidentale, è stata riconosciuta essere il sostenitore ufficiale del wahabismo nella regione.

In una seconda fase l’Occidente ha piantato i semi della rivolta nella regione istituendo il regime sionista nel cuore del Medio Oriente, affinché la popolazione non potesse conoscere pace.

Il regime israeliano ha dichiarato guerra a musulmani e arabi occupando Al-Quds (Gerusalemme) e Palestina. Israele rappresenta il nemico numero uno; in altre parole, è il nemico pubblico dell’intera popolazione presente nella regione. Tuttavia la popolazione della regione deve fronteggiare un altro avversario, che si considera il leader del mondo arabo e musulmano, mentre rappresenta invece il principale nemico insieme al regime sionista.

Il regime wahabita dell’Arabia Saudita non si è risparmiato nel fomentare disordini nel Medio Oriente e mira a raggiungere il suo obiettivo principale: preparare la strada alla presenza di poteri egemonici nella regione, interferendo negli affari degli altri stati e promuovendo il settarismo. Il ruolo dell’Arabia Saudita nel fomentare la crisi in Medio Oriente alimentando la fiamma dei disordini in Siria è abbastanza ovvio; Riyadh ha coinvolto la Siria in una grave crisi fornendo aiuti economici per i takfiri affiliati ad al-Qaeda. Il regime sionista, diversi stati europei e gli Stati Uniti forniscono inoltre supporto economico e politico a questi gruppi di takfiri. Commenti di Sheikh Abdullah Tamimi, leader spirituale proveniente dalla città siriana di Homs, rivelano la profondità del legame esistente tra il regime sionista e l’Arabia Saudita contro la Siria. In un’intervista con il canale israeliano Channel 2, Tamimi ha dichiarato che l’opposizione siriana non ha mai nutrito sentimenti di inimicizia nei confronti di Israele, era anzi dalla sua stessa parte nel combattere contro il nemico comune, ovvero il governo siriano. Ha espresso il suo profondo odio verso Hezbollah e ha offerto una ricompensa per l’uccisione dei suoi comandanti. Altri sforzi da parte dell’Arabia Saudita per destabilizzare la regione riguardano l’Iraq. Negli scorsi mesi, i conflitti faziosi in Iraq si sono intensificati: i responsabili sono i mercenari affiliati all’Arabia Saudita e al-Qaeda. L’Arabia Saudita sta infatti cercando di soffocare le rivolte popolari nel Paese attraverso la promozione del settarismo in Iraq. In altre parole, i funzionari sauditi stanno cercando di giustificare la soppressione degli sciiti nel Qatif e in altre province fomentando conflitti faziosi in Iraq e altri Paesi. Il supporto pubblico dell’Arabia Saudita per gruppi affiliati ad al-Qaeda in Iraq, e la fuga dell’ex vicepremier iracheno Tariq al-Hashimi in Arabia Saudita (lo stesso che aveva formato squadroni della morte in Iraq) rappresentano due tra i numerosi tentativi di Riyadh per diffondere instabilità e insicurezza nella regione. A partire dall’inizio delle rivolte popolari in Bahrein nel febbraio 2011, l’Arabia Saudita e gli stati litoranei del Golfo Persico hanno cercato di dipingere le rivolte come rivoluzione sciita. Tuttavia la loro propaganda è caduta nel vuoto dopo l’arresto o l’uccisione di numerosi attivisti sunniti. Hanno infatti cercato di mettere sciiti e sunniti gli uni contro gli altri e soffocare le rivolte fomentando un conflitto fazioso; il loro progetto è tuttavia fallito. Pertanto hanno avviato una repressione capillare nei confronti dei manifestanti inviando le loro forze di sicurezza nel Bahrein. Numerose istituzioni saudite sono state incaricate di creare instabilità nel Medio Oriente, tra cui le più importanti sono l’organizzazione statale di intelligence e il dipartimento di fatwa presso il ministero degli Affari religiosi. Emettendo fatwa controverse, compreso il permesso di uccidere sciiti o fatwa per il jihad in Iraq e Siria, i mufti sauditi inviano i gruppi di takfiri in questi Paesi.

 

Secondo un rapporto del settimanale “Der Spiegel”, almeno 82 gruppi affiliati ad al-Qaeda hanno passato i confini con la Turchia e la Giordania per combattere il governo del presidente siriano Bashar al-Assad.

 

La campagna saudita per alimentare l’instabilità della regione ha raggiunto il suo apice da quando il principe Bandar bin Sultan ha assunto il comando del ministero dell’intelligence saudita nel 2012. Il principe Bandar, fratello del re Abdullah ed ex delegato saudita negli Stati Uniti, è coinvolto in ogni conflitto, da quelli in Siria e Libano fino a quelli in Iraq e Bahrein.

 

La documentazione legata al principe Bandar indica chiaramente che sta finanziando e fornendo equipaggiamento ai ribelli da diverso tempo. Negli anni Ottanta ha aiutato la CIA ad armare i combattenti afgani contro la Russia, che successivamente sono diventati la colonna portante dei talebani e di al-Qaeda. Questo principe saudita sta attualmente riassumendo il suo vecchio ruolo fornendo ai combattenti aiuti finanziari e militari e addestramento. Dalla Siria al Libano, passando per l’Iraq e il Pakistan, la spirale di violenza nella regione è causata dal progetto unificato del principe Bandar e di Israele. Le minacce militari di Washington contro il governo di Assad nel mese di settembre sono senza dubbio dovute alla pressione esercitata dalla coalizione israelo-saudita.

Dopo che gli Stati Uniti hanno ritirato il loro piano di lanciare un attacco militare contro la Siria, le relazioni di Washington con l’Arabia Saudita e Israele si sono logorate al punto che Riyadh si è opposto pubblicamente agli Stati Uniti per quanto riguarda la questione siriana. Nel complesso si può affermare che Arabia Saudita e Israele stanno collaborando tra di loro allo scopo di alimentare i disordini nella regione. Analizzando i rapporti e le notizie si comprende appieno lo stretto legame che unisce i due regimi mediorientali. Il legame tra sionismo e wahabismo si è rafforzato al punto tale che, secondo Yahya abu Zakariya, gli ebrei hanno rubato al-Quds e i wahabi hanno sottratto Mecca e Medina ai musulmani. Zakariya afferma che il wahabismo è stato istituito al fine di distruggere l’Islam e i mezzi di comunicazione wahabi finanziati dai petrodollari sauditi dipingono un’immagine oscura dell’Islam, esattamente ciò a cui mirano gli Stati Uniti e Israele. Fonte

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