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Benedetto XVI e la pena di morte

Tratto dal libro di Francesco D'Alpa Il "sì" cattolico alla pena di morte, Catania, 2008, ISBN-13 9788895357058.

Si ponga attenzione infatti al contrasto fra i riferimenti all’Evangeliun vitae:

«I cristiani “sono chiamati, per un grave dovere di coscienza, a non prestare la loro collaborazione formale a quelle pratiche che, pur ammesse dalla legislazione civile, sono in contrasto con la legge di Dio. Infatti, dal punto di vista morale, non è mai lecito cooperare formalmente al male […] Questa cooperazione non può mai essere giustificata né invocando il rispetto della libertà altrui, né facendo leva sul fatto che la legge civile la prevede e la richiede” (n. 74)

e le personali considerazioni:

«Non tutte le questioni morali hanno lo stesso peso morale dell’aborto e dell’eutanasia. Per esempio, se un cattolico fosse in disaccordo col Santo Padre sull’applicazione della pena capitale o sulla decisione di fare una guerra, egli non sarebbe da considerarsi per questa ragione indegno di presentarsi a ricevere la santa comunione. Mentre la Chiesa esorta le autorità civili a perseguire la pace, non la guerra, e ad esercitare discrezione e misericordia nell’applicare una pena a criminali, può tuttavia essere consentito prendere le armi per respingere un aggressore, o fare ricorso alla pena capitale. Ci può essere una legittima diversità di opinione anche tra i cattolici sul fare la guerra e sull’applicare la pena di morte, non però in alcun modo riguardo all’aborto e all’eutanasia».

Si osservi bene come, secondo Ratzinger, un cattolico sia moralmente colpevole, e dunque non può ricevere la comunione, non solo se pratica l’aborto, ma perfino se vota per un candidato abortista proprio per sostenere la sua scelta, mentre è assolutamente ininfluente se egli vota per un candidato favorevole alla pena di morte; ma non solo, neanche al boia viene evidentemente preclusa la comunione.

 «A parte il giudizio di ciascuno sulla propria dignità a presentarsi a ricevere la santa eucaristia, il ministro della santa comunione può trovarsi nella situazione in cui deve rifiutare di distribuire la santa comunione a qualcuno, come nei casi di scomunica dichiarata, di interdetto dichiarato, o di persistenza ostinata in un peccato grave manifesto.
Riguardo al peccato grave dell’aborto o dell’eutanasia, quando la formale cooperazione di una persona diventa manifesta (da intendersi, nel caso di un politico cattolico, il suo far sistematica campagna e il votare per leggi permissive sull’aborto e l’eutanasia), il suo pastore dovrebbe incontrarlo, istruirlo sull’insegnamento della Chiesa, informarlo che non si deve presentare per la santa comunione fino a che non avrà posto termine all’oggettiva situazione di peccato, e avvertirlo che altrimenti gli sarà negata l’eucaristia».
 

Benedetto XVI, se pure ha contribuito personalmente alla stesura di molti documenti di Giovanni Paolo II, non ne ha probabilmente le medesime convinzioni etiche.

Lo dimostra chiaramente il Memorandum per la conferenza episcopale degli Stati Uniti, occasionato dalla candidatura alle elezioni di politici cattolici che fanno campagna sistematica per l’aborto, un documento “riservato” ma ben noto, da lui scritto nel 2004.

In questo documento vige un assoluto dogmatismo sui temi dell’aborto e dell’eutanasia, che vengono riproposti nello spirito (e con puntuali citazioni) dell’Evangelium vitae, mentre la posizione sulla pena di morte è sottoposta alle ragioni e convenienze politiche.

 

Papa: tristi esperienze '900 restano monito, seguire decalogo
 

Papa: tristi esperienze 900 restano monito, seguire decalogo

12:09 09 SET 2012

(AGI) - Castel Gandolfo, 9 set. - "Le tristi esperienze della storia, soprattutto del secolo scorso, rimangono un monito per tutta l'umanita'". Lo afferma Benedetto XVI in un breccia_1.jpgvideomessaggio indirizzato al Rinnovamento nello Spirito che promuove incontri sui dieci comandamenti in dieci piazze di altrettante citta' italiane. "La via dell'amore tracciata dai Comandamenti e perfezionata da Cristo e' l'unica - ricorda il Papa - capace di rendere la nostra vita, quella degli altri, quella delle nostre comunita' piu' piena, piu' buona e piu' felice". Al contrario, "quando nella sua esistenza l'uomo ignora i Comandamenti, non solo si aliena da Dio e abbandona l'alleanza con Lui, ma si allontana anche dalla vita e dalla felicita' duratura". Infatti, descrive il Pontefice fotografando una realta' comune oggi, "l'uomo lasciato a se stesso, indifferente verso Dio, fiero della propria autonomia assoluta, finisce per seguire gli idoli dell'egoismo, del potere, del dominio, inquinando i rapporti con se stesso e con gli altri e percorrendo sentieri non di vita, ma di morte".
Nel videomessaggio, il Pontefice risponde alla domanda sul senso senso che hanno queste Dieci Parole per noi, "nell'attuale contesto culturale, in cui secolarismo e relativismo rischiano di diventare i criteri di ogni scelta e in questa nostra societa' che sembra vivere come se Dio non esistesse". "Noi - spiega - rispondiamo che Dio ci ha donato i comandamenti per educarci alla vera liberta' e all'amore autentico, cosi' che possiamo essere davvero felici". Per il Papa teologo, i comandamenti "sono un segno dell'amore di Dio Padre, del suo desiderio di insegnarci il retto discernimento del bene dal male, del vero dal falso, del giusto dall'ingiusto". E, rileva, "sono comprensibili da tutti e proprio perche' fissano i valori fondamentali in norme e regole concrete, nel metterli in pratica l'uomo puo' percorrere il cammino della vera liberta', che lo rende saldo nella via che conduce alla vita e alla felicita'".
"Non basta mettersi in un bel posto a scrivere un bel programma, in democrazia bisogna prendere i voti". Questo il commento del segretario federale della Lega, Roberto Maroni, alla domanda dei cronisti che chiedevano un commento sulla possibile candidatura alle prossime politiche di una lista guidata dall'ex ministro, Giulio Tremonti. "Da Tremonti a Montezemolo - ha ironizzato Maroni - pare che ci siano tutti, piu' gente c'e' e meglio e', bisogna prendere i voti non basta un bel programma".
"Il Decalogo - ricostruisce Papa Ratzinger - ci riporta al Monte Sinai, quando Dio entra in modo particolare nella storia del popolo ebreo, e tramite questo popolo nella storia dell'intera umanita', donando le 'Dieci Parole' che esprimono la sua volonta' e che sono una sorta di 'codice etico' per costruire una societa' in cui il rapporto di alleanza con il Dio Santo e Giusto illumini e guidi i rapporti tra le persone".
Nel Vangelo, poi, "Gesu' porta a pienezza la via dei Comandamenti con la sua Croce e Risurrezione; porta al superamento radicale dell'egoismo, del peccato e della morte, con il dono di Se stesso per amore". "Gesu' - sottolinea il Pontefice - viene a dare compimento a queste parole, innalzandole e riassumendole nel duplice comandamento dell'amore: 'Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Amerai il prossimo tuo come te stesso'". Ed infatti "solo l'accoglienza dell'amore infinito di Dio, l'avere fiducia in Lui, il seguire la strada che Egli ha tracciato, dona - conclude Papa Benedetto - senso profondo alla vita e apre a un futuro di speranza". FONTE


Come in America anche in Italia il papato promuove i 'dieci comandamenti'.
NON SONO i COMANDAMENTI
che Dio ha lasciato all'umanità per rispettare la Sua autorità, ma 'comandamenti umani' che innalzano l'autorità umana, cioé la Domenica, giorno dell'adorazione del sole. Mentre il Sabato, giorno di riposo divino che ricorda la Creazione di Dio (Gen. 2:1-3), è calpestato e annullato.

PAPA BENEDETTO XVI° HA DICHIARATO:

Il RCC "dà il suo contributo (nella sfera etica e morale), secondo le disposizioni del diritto internazionale , aiuta a definire quella legge, e ad essa fa riferimento ", che viviamo in un tempo in cui piccoli gruppi di persone indipendenti minacciano l'unità del mondo , e che l'unico modo per combattere questo problema è di stabilire le leggi e poi ordinare tutta la società ai sensi della presente legge , promuovendo in tal modo "la pace e la buona volontà su tutta la terra." (Viaggio Apostolico negli Stati Uniti d'America e Visita alla sede delle Nazioni Unite Organization, Incontro con i membri dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Discorso di Papa Benedetto XVI, New York, Venerdì 18 aprile, 2008.)






L’Iheu chiede all’Onu la condanna dei paesi che promuovono la violenza religiosa



Sono tanti gli stati che promuovono più o meno apertamente atti violenti motivati con la religione. E quegli stessi stati siedono nell’assemblea Onu, contribuendo a orientare la politica mondiale, in particolare in materia di diritti umani. Sarebbe invece tempo di invertire la rotta, intervenendo nei loro confronti.


Lo chiede l’Iheu (International Humanist and Ethical Union), la federazione internazionale che raggruppa le associazioni laiche di tutto il mondo, e al cui interno l’Uaar rappresenta l’Italia. In molti paesi sono infatti in vigore leggi che condannano blasfemia o apostasia, sia contro atei e agnostici sia contro minoranze religiose (come i cristiani). Per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni internazionali sulla gravità del fenomeno, che limita gli spazi di libertà e mette a rischio l’incolumità di tante persone, l’Iheu si è rivolta al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, che il 10 settembre ha inaugurato a Ginevra la sua ventunesima sessione.


Il rappresentante Iheu Roy Brown ha chiesto all’alto commissario per i diritti umani, Navi Pillay, l’esclusione dallo UN Human Rights Council proprio di quei paesi dove sono in vigore leggi anti-blasfemia. Come rilevato dall’Iheu, la violenza a base religiosa da parte di gruppi integralisti infiamma paesi come la Nigeria (come ha potuto sperimentare sulla propria pelle anche l’attivista laico Leo Igwe), l’Algeria, il Sudan, la Libia, l’Egitto e il Mali.


Ma in Indonesia, in Iran, nel Pakistan, in India, in Arabia Saudita sono proprio gli stati ad attuare pesanti persecuzioni contro i non credenti, privilegiando in maniera evidente una fede e non applicando il principio di laicità, che dovrebbe essere uno dei fondamenti degli stati liberali e democratici.



 


Molti sono stati i casi di repressione del fenomeno ateistico in tali paesi. Basti ricordare la condanna a sette anni e mezzo di prigione per due non credenti in Tunisia, o i due anni e mezzo ad Alexander Aan in Indonesia. In passato, il noto scrittore Salman Rushdie è stato costretto a fuggire per una fatwa di morte scagliata dall’ayatollah Khomeini. In India, il presidente di Rationalist International Sanal Edamaruku subirà un processo per aver svelato un falso miracolo in una chiesa cattolica. Senza dimenticare che i casi di cui si è venuti a conoscenza sono sicuramente una minima parte del fenomeno persecutorio nei confronti di atei e agnostici.


Come denuncia l’Iheu, in molte parti del mondo le persone che criticano i dogmi religiosi sono trattate in maniera indegna, senza alcun rispetto, subendo minacce e violenze. Non vedono riconosciuti pienamente i propri diritti di cittadini: non c’è rispetto per la loro integrità fisica, non esistono libertà di espressione e associazione. Ci sono poi le violenze che subiscono coloro che vogliono semplicemente vivere liberi dalla religione, fondando la loro esistenza su scelte responsabili e autodeterminandosi, e volendo confrontarsi con il prossimo analizzando la realtà senza tradizionalismi e congetture soprannaturali divisive.



Ma anche le istituzioni internazionali che dovrebbe tutelare i diritti umani subiscono la pressione degli stati dove domina l’integralismo. Va ricordato che i paesi musulmani — non estraneo il silenzioso beneplacito del Vaticano — hanno chiesto una clausola specifica per punire la ‘blasfemia’ in nome della tutela della libertà religiosa. Nel 2008 una risoluzione di questo tipo è stata approvata dalla Terza Commissione delle Nazioni Unite. Anche l’Uaar ha da tempo denunciato l’andazzo e i rischi che corrono i non credenti nel mondo. Proprio il Consiglio Onu per i diritti umani, cui si è rivolta l’Iheu, aveva approvato nel marzo 2010 una risoluzione contro la “diffamazione” della religione.


Si può constatare come tutto ciò diventi un grimaldello per ottenere una copertura internazionale nella repressione contro qualsiasi forma di espressione anche solo leggermente critica o scettica nei confronti dei propri dogmi religiosi. Fortunatamente l’attivismo di questa ‘Internazionale integralista’ è stato, almeno per il momento, arginato, con la bocciatura da parte del Consiglio dell’ultima risoluzione ‘anti-blasfemia’.



Ma occorre ancora vigilare. Le pressioni internazionali sono riuscite spesso a impedire che le minacce degli integralisti si trasformassero in realtà. E’ però venuta l’ora di intervenire in maniera più sistematica. Altrimenti l’escalation potrebbe essere inevitabile, come i fatti di Bengasi hanno mostrato proprio l’altro ieri.http://www.agoravox.it/L-Iheu-chiede-all-Onu-la-condanna.html

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