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La conversione di Obama

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Europa.it quotidiano
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9 settembre 2009


La conversione cattolica di Barack Obama Una scelta influenzata dalla morte di Kennedy Della sua evidente sensibilità nei confronti della religione cattolica si parla già da qualche tempo.
Adesso la sua “catholic sensibility” sarebbe diventata un’adesione convinta alla chiesa di Roma, che, non appena sarà “politicamente” possibile, dovrebbe essere suggellata dal battesimo. Barack Obama diventerebbe dunque il secondo presidente cattolico nella storia degli Stati Uniti, dopo John Fitzgerald Kennedy, anche se la sua conversione non avverrebbe nel corso del suo attuale mandato, ma nel corso del secondo o, più probabilmente, quando sarà ormai un ex-presidente. Come Tony Blair, convertitosi al cattolicesimo solo dopo aver lasciato il 10 di Downing Street.
Le voci su quella che qualcuno ha perfino definito la sua “conversione segreta”, come se fosse già avvenuta, si sono intensificate dopo la lunga e commovente cerimonia di addio all’amico Teddy Kennedy nella Basilica della Madonna del Perpetuo Soccorso di Boston, lo scorso 29 agosto. Il presidente statunitense era visibilmente coinvolto e affascinato dal rito. E le sue parole di elogio funebre per il senatore scomparso mettevano in rilievo – con una partecipazione, non solo emotiva – l’attività a favore degli svantaggiati, improntata alla dottrina sociale della chiesa, che ha caratterizzato la vita politica di Kenne dy. Parole e toni, quelli di Obama, che implicavano una genuina sintonia con quegli stessi principi. Un impegno a raccoglierne l’eredità.
Anche l’incontro con il cardinale Sean Patrick O’Malley, seppure breve, non è stato di circostanza. Il porporato, sfidando l’anatema dei colleghi tradizionalisti, ha partecipato ai funerali di un politico considerato a dir poco “fuori linea” per le sue posizioni a favore della libertà di scelta in materia d’aborto e delle unioni civili tra persone dello stesso sesso. E l’ha fatto anche per cortesia nei confronti del presidente, un’aggravante per i cattolici conservatori, ma un’opportunità, come ha poi spiegato lo stesso O’Malley, per far presente a Obama, innanzitutto, che «i vescovi della chiesa cattolica sono ansiosi di sostenere un piano di assistenza sanitaria universale » e poi per ricordargli che «non appoggeranno un piano che comprenda un provvedimento per l’aborto o che possa aprire la via all’aborto nel futuro». E il presidente? «È stato cortese nel breve tempo in cui abbiamo parlato, ha ascoltato intensamente quel che dicevo». Insomma, al di là delle posizioni ufficiali, c’è un presidente in ascolto sui temi cari alle gerarchie cattoliche. E, pronto, come aveva assicurato a Benedetto XVI, nel corso dell’udienza in Vaticano, il 10 luglio scorso, a far di tutto per contenere il fenomeno dell’aborto.
Peraltro, a proposito del papa, appena eletto presidente, Obama aveva telefonato, tra i primi capi di stato, a Benedetto. E dopo il colloquio aveva fatto sapere che si era trattato di «una conversazione meravigliosa ». Senza contare che l’udienza romana era stata fortissimamente voluta dal presidente americano, con una certa riluttanza da parte della Santa Sede a concedergliela, sotto la pressione ostile di molti vescovi conservatori americani.
Negli ambienti bostoniani si dice che negli ultimi mesi il rapporto con Kennedy si era fatto particolarmente intenso. E sembra – dicono queste stesse fonti - che il piano della relazione non fosse solo “politico” ma soprattutto umano e intellettuale, anche sul terreno della religione.
Come si sa, Barack Obama fu latore di una lettera personale del senatore del Massachusetts al papa, quando fu ricevuto nel suo studio privato. Il presidente tenne a porgergli la lettera con un senso di profondo coinvolgimento, chiedendo personalmente la benedizione papale per l’amico che si avventurava negli ultimi giorni della sua esistenza. E il portavoce presidenziali Denis McDonough sottolineò la portata dell’evento, ricordando che il fratello di Teddy, John «ruppe un’importante barriera nel nostro paese diventando il primo presidente cattolico degli Stati Uniti».
Quegli scambi con l’ultimo dei fratelli Kennedy hanno rafforzato l’interesse verso l’universo cattolico, nei confronti del quale, peraltro, Obama era da tempo tutt’altro che estraneo o distante. Anzi, è un’attenzione che l’accompagna fin dai tempi in cui non era ancora in politica. La sua attività di community organizer a Chicago era legata alla Catholic Church’s Campaign for Human Development che finanziava la sua ong. La sede era in un seminterrato di una chiesa cattolica. E, secondo diversi analisti cattolici, quell’esperienza è stata formativa nel modo d’intendere l’attività politica e sociale.
Una visione dialogica, propria della dottrina cattolica, tra fede e ragione. «Penso – ha detto Obama in un colloquio con la stampa cattolica – che ci sia una forte tradizione di giustizia sociale nella chiesa cattolica che ha avuto una profonda influenza su di me». Parole a cui seguiva un omaggio sentito al cardinale di Chicago Joseph Bernardin, un’icona per i cattolici americani. «Pensa e parla come un cattolico», dice di lui Michelle Dillon, sociologa dell’università del New Hampshire.
Ad alimentare le voci di un suo avvicinamento alla chiesa del papa, c’è poi l’evidente perdurante assenza di un luogo di culto, di una church home, nella vita della famiglia Obama.
Dopo la rottura con il controverso reverendo Jeremiah A. Wright, il suo pastore negli anni di Chicago, la First Family è stata contesa da tutte le chiese della capitale. Si dice che emissari del presidente abbiano visitato diverse chiese episcopali e battiste, che potessero essere adatte alle preghiere domenicali di Barack e Michelle e delle due figliole, escludendo quelle troppo affollate o quelle troppo “in”, o cercando l’impossibile soluzione che non scontenti nessuna chiesa, specie quelle afro. Senza successo. A fine luglio si era parlato di una chiesa a Camp David, significativamente “non denominational”, cioè aperta ai fedeli di ogni culto. Una terra di nessuno, la Evergreen Chapel, guidata da un cappellano della marina militare, il pastore battista, sottotenente Carey Cash. Ma, con tanto di comunicato, la Casa Bianca ha smentito che sia quella la church home presidenziale.
Obama potrebbe vivere a lungo in questo limbo religioso. Gli storici delle presidenze americani ricordano che diversi presidenti recenti non sono stati religiosi praticanti della domenica. Clinton lo era, Bush lo era, ma molto meno Reagan e Bush padre. Certo, la mancanza di un riferimento religioso, di un pastore, sarebbe vista con crescente sospetto dall’America credente, senza contare il vecchio e ingombrante “bagaglio” della religione islamica a cui apparteneva il padre Barack senior e che, secondo la propaganda conservatrice, è la sua vera fede.
Una sua conversione, d’altra parte, sarebbe clamorosa ma meno di quanto si supponga. Numerosi sono i casi celebri degli ultimi tempi nella politica americana. L’ultimo in ordine di tempo è quello di Newt Gingrich. L’ex-presidente della camera si è convertito al cattolicesimo lo scorso 29 marzo al Santuario nazionale dell’Immacolata Concezione di Washington, retto da monsignor Walter Rossi. Gingrich era una grossa personalità, una delle teste più brillanti della destra repubblicana negli anni Novanta. È caduto in disgrazia ma ora è di nuovo sulla cresta dell’onda. È il più accreditato sfidante repubblicano di Obama nel 2012, avendo già raccolto 8.1 milioni di dollari per la campagna presidenziale, distaccando enormemente tutti i suoi rivali. Tra i convertiti alla chiesa di Roma c’è l’opinionista Robert Novak, da poco deceduto, il senatore del Kansas Sam Brownback, che da tempo ha ottimi rapporti personali con Obama, e il conduttore televisivo Larry Kudlock. Si è parlato anche di George W. Bush, ma il fratello Jeb, oggi cattolico, ha smentito la notizia nei giorni in cui era ospite del meeting di Comunione e Liberazione a Rimini.

 

 


 






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