IL RAGGIO DELLA MORTE
Il Raggio della Morte: cosa sappiamo sull’arma e sulla sua esistenza 21 Maggio 2024, 20:35 A cura di Valerio Berra

Una delle leggende (per annullare una verità confermata basta riportare i fatti come una leggenda, un mito, per diventare un tabù) più note che circondano Guglielmo Marconi riguarda il Raggio della Morte. Doveva essere un’arma in grado di concentrare flussi di energia e colpire bersagli dalla grande distanza. ... A poco più di 150 anni dalla sua nascita la Rai ha dedicato una fiction in due puntate a Guglielmo Marconi. Nella serie "Guglielmo Marconi, l’uomo che ha connesso il mondo” Stefano Accorsi interpreta l’uomo che ha gettato le basi per i sistemi di comunicazione grazie a cui state leggendo questo articolo. Primo italiano a vincere il premio Nobel per la Fisica, inventore della radio, la storia di Marconi è circondata anche da alcune leggende a partire dal Raggio della Morte. Per raccontare meglio la sua vita, su Fanpage.it trovate anche un'intervista al nipote Guglielmo Giovanelli Marconi.
Come le migliori leggende metropolitane le fonti di questa storia sono poche, scivolose e frammentate. Non solo. Il mito del Raggio della Morte incrocia anche leggende che si muovono fuori dall’Italia, dalle ricerche segrete di Nikola Tesla alle Wunderwaffen, le armi meravigliose sviluppate in segreto dalle divisioni scientifiche della Germania nazista.
Cos'è il Raggio della Morte: l'arma mai realizzata da Guglielmo Marconi Nel 2018 Stefano Della Casa ha ripercorso sull’edizione italiana di Wired tutta la storia della leggenda del Raggio della Morte. Al netto delle sue tante apparizioni nelle storie che attraversano la Storia, per Raggio della Morte si intende un'arma in grado di concentrare un potente flusso di energia in un raggio che può colpire a grandi distanze. Il leggendario dispositivo, che viene fatto risalire ad Archimede, sarebbe stato usato anche per respingere le navi romane durante l’assedio di Siracusa del 213-212 a.C.
Una tecnologia talmente potente che in alcune versioni della sua storia le sue origini non sarebbero nemmeno terrestri. Una serie di documenti dall’origine più che dubbia riconducono l’origine del Raggio della Morte al Gabinetto RS/33, un gruppo di ricerca guidato da Guglielmo Marconi che doveva occuparsi di sviluppare le tecnologie aliene trovate in un Ufo caduto in Italia nel 1933.
Quali sono le prove dell'esistenza del Raggio della Morte Quando si parla del Raggio della Morte di Marconi tutte le ricostruzioni partono sempre da una citazione attribuita a Rachele Guidi, più nota come Rachele Mussolini. Lo scrive Nicoletta Verna nell’articolo Storia e gloria del cannone della morte pubblicato nel 2005. Nella sua biografia Mussolini sans masque, la vedova di Mussolini avrebbe raccontato di un episodio accaduto nel giugno del 1937.
Mentre era in auto tra Roma e Ostia, verso le 3:10 di pomeriggio improvvisamente la sua auto e tutte le auto in strada si fermarono. Tutti i motori rimasero bloccati nello stesso momento. Dopo uno stop di 25 minuti ripartirono tutti insieme. La sera Benito Mussolini spiegò a Rachele che non si trattava di un caso: era un esperimento fatto con il Raggio della Morte sviluppato da Marconi.
Sempre Rachele Mussolini spiega nel suo libro che l’arma non venne mai sviluppata. Papa Pio XI riuscì a convincere Marconi a non creare nessuna arma basata sul Raggio della Morte. A questo punto però la ricostruzione sembra avere qualche problema. Scrive Nicoletta Verna che, secondo Rachele Mussolini, Guglielmo Marconi morì l’anno successivo. L’inventore invece morì proprio nel 1937, giusto un mese dopo l’ipotetico esperimento. Le parole di Rachele Mussolini aprono uno scenario certo affascinante, forse troppo per essere reale.
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Il nipote di Marconi a Fanpage.it: “Nonno aveva previsto i cellulari ma oggi non userebbe i social” 21 Maggio 2024, 8:51
A cura di Maria Teresa Gasbarrone
Gugliemo Marconi è ricordato da tutti come l’inventore della radio. Fu infatti il primo a inviare dei segnali a distanza attraverso le onde elettromagnetiche, segnando così la nascita della telegrafia senza fili. In occasione dell’uscita della fiction Rai “Marconi – L’uomo che connesse il mondo” abbiamo intervistato il nipote, il prof. Guglielmo Giovanelli Marconi: “Mio nonno ha sempre lavorato per unire l’umanità, ma forse sulla comunicazione di oggi avrebbe avuto qualcosa da ridire”. Intervista a Guglielmo Giovanelli Marconi Professore di Scienze Umanistiche e nipote di Gugliemo Marconi "Perfetto per l'intervista, ma non mi scriva su WhatsApp. Non lo uso e non ho intenzione di farlo". Inizia così il nostro incontro telefonico con il nipote dell'inventore del primo dispositivo radio, Guglielmo Marconi (qui abbiamo ripercorso i momenti più salienti della sua vita). Figlio di Elettra Marconi, Guglielmo Giovanelli Marconi, è professore e direttore della facoltà di Scienze Umanistiche dell'Università popolare Meier. Il nonno, morto nel 1937, lo ha conosciuto attraverso i racconti della madre Maria Elettra e della nonna Maria Cristina Bezzi-Scali e respirando i ricordi custoditi nella mura della casa del nonno, dove è cresciuto e ha vissuto per anni.
In occasione dell'uscita della miniserie "Marconi – L'uomo che ha connesso il mondo", la fiction che la Rai ha prodotto per il 150° anniversario della nascita del Premio Nobel per la Fisica (Marconi fu il primo italiano a riceverlo nel 1909), a Fanpage.it Giovanelli Marconi ha raccontato l'uomo e lo scienziato, oltre quello che si legge sui libri di storia.
"Mio nonno è stato molto di più dell'inventore della radio. Ha sempre lavorato per il bene dell'umanità", ci ha raccontato. E sulla sua scelta di non usare WhatsApp, quanto meno singolare per il nipote dell'"uomo che ha connesso il mondo", Giovanelli Marconi non ha dubbi: "Mio nonno sarebbe stato d'accordo".
Se dovesse iniziare con una frase di nonno, quale sceglierebbe?
Una delle ultime frasi che Marconi pronunciò prima di morire, il 20 luglio del 1937, durante una conferenza fu: “Le mie invenzioni sono state create per salvare l'umanità e non per distruggerla”. Vi cito questa sua frase perché è la sintesi perfetta del concetto di scienza etica a cui rimase fedele sempre: mio nonno dedicò la sua intera vita a lavorare per il bene dell’umanità. La sua non era una scienza distruttiva, come quella che punta a eliminare vite umane o interi territori. Basta pensare a tutte le vite che sono state salvate in mare grazie alla sua invenzione, dal primo esperimento nel 1895 a oggi. Mio nonno inventò la comunicazione via radio pensando proprio a loro, alle persone in mare.
Quali furono i più importanti?
Il primo fu il salvataggio nel 1909 dei passeggeri della nave inglese Republic, dopo una collisione con un’altra nave, quando furono salvati tutti i 700 passeggeri a bordo. Quello fu il primo grande salvataggio di massa della storia marittima e fu proprio grazie a quell’episodio che nel 1909 Marconi ricevette il Premio Nobel per la Fisica.
Ma ci fu un altro salvataggio in mare, ancora più celebre, quello del Titanic nel 1912: purtroppo in quell’occasione non riuscirono a salvare tutti gli oltre 2000 passeggeri, ma i segnali inviati via radio dalla nave salvarono la vita a circa 700 persone.
Si racconta che suo nonno stesso fosse stato invitato sul Titanic…
Esatto. Mia nonna mi raccontò che mio nonno era stato invitato a partecipare a un evento sulla crociera del Titanic, ma che lui declinò l’invito per un impegno di lavoro che si sarebbe dovuto tenere negli stessi giorni a New York. Per questo quando fu informato del naufragio, andò personalmente ad accogliere i superstiti al porto di New York.
Quando lo riconobbero, ci furono scene di isteria collettiva, pianti, abbracci: vedevano mio nonno come il loro salvatore. Mia nonna mi disse che quello fu per lui forse il momento più bello della sua vita. Per la gioia di aver salvato tutte quelle vite, ma anche per la grande riconoscenza che ebbe da quelle persone: per giorni, dopo il naufragio, alcuni di loro si recarono sotto l'hotel dove soggiorna mio nonno per ringraziarlo e gli regalarono perfino una targa in oro con alcuni dei loro nomi.
Tre anni prima Marconi aveva ricevuto il Nobel per la Fisica, diventando il primo italiano a vincere questo premio. Come visse quel momento?
Da quello che mi hanno raccontato mia nonna e mia madre, penso che lo visse in maniera molto frugale. In realtà per mio nonno la priorità è stata sempre lavorare. Non era amante della vita mondana – anche se fu un grande appassionato di opera – e quindi alle feste e agli eventi preferiva sempre il lavoro.
Quando vinse il Nobel, andò a Stoccolma a ritirarlo dalle mani del Re Gustavo V, e dopo un discorso di ringraziamento se ne andò senza nemmeno partecipare alla cena di gala. Doveva fare degli esperimenti e non poteva rimandarli.
Sua nonna e sua madre le hanno raccontato molto della vita di Marconi?
Purtroppo essendo nato molti decenni dopo la sua morte, nel 1937, non ho potuto conoscere di persona mio nonno, ma ho avuto la gioia e la grande fortuna di vivere nella casa di mia nonna, e di stare con lei per molti anni. Lei è morta nel 1994, all’età di 94 anni. Mia nonna mi ha raccontato molto della vita di mio nonno, sia come uomo che come scienziato.
Ricordo bene i suoi racconti sui primi esperimenti e i suoi primi successi. Ma anche le tante battaglie con i tanti imprenditori e aziende che temevano la sua invenzione. Per prime le compagnie dei cavi sottomarini, che allora dominavano il settore della telegrafia con i fili. Da parte loro mio nonno subì ingiunzioni, cause, ma alla fine le vinse tutte. La sua determinazione era più grande perché sapeva che quell'invenzione avrebbe potuto salvare migliaia di vite. Aveva ragione, come mostrano ancora oggi i tanti salvataggi nel Mediterraneo di chi rischia la vita per scappare da guerra, violenza e distruzione, possibili proprio attraverso i segnali radio.
È vero che suo nonno predisse l’invenzione del cellulare?
Proprio così. Nel marzo del 1937, quattro mesi prima di morire, mio nonno predisse l’invenzione del cellulare. A un convegno degli Istituti tecnici negli Stati Uniti disse che molto presto sarebbe stata inventata una piccola scatola tascabile con cui poter comunicare tra di noi, con i propri cari o per questioni di lavoro. Tant'è che quando nel 2013 andai a Bologna con mia madre per la consegna di un premio a Martin Cooper, l’inventore del primo telefonino, fu lui stesso durante la conferenza ad ammettere il grande debito nei confronti del lavoro di mio nonno, senza il quale quella sua invenzione non sarebbe stata possibile.
Ma a Marconi si devono anche tante altre invenzioni
Ma mio nonno non inventò solo la radio. Ad esempio a lui si deve anche l’invenzione del radar, anche se lui lo chiamava “navigazione cieca”, ma in sostanza era una versione primordiale del radar. Lo mise appunto tra il 1933 e il 1936 nei suoi lunghi viaggi sulla sua barca-laboratorio Elettra, dove portava anche mia nonna e mia madre. Lo aiutavano negli esperimenti – mia nonna me lo ha raccontato tante volte – ad esempio mettendo delle lenzuola davanti la cabina di comando così che lui potesse testare la guida tramite il radar. Per questo la chiamava “navigazione cieca”.
Dimentichiamo qualcosa?
La lista sarebbe lunga. Però vi voglio raccontare un aneddoto che mi ha lasciato mia nonna. In realtà, anche l'invenzione del satellite deve molto a mio nonno: fu la sua antenna parabolica ad aprire la strada al sistema satellitare così come lo conosciamo noi. Lo ammise perfino lo stesso Neil Armstrong.
Come siamo finiti a parlare di Neil Armstrong? In che modo si lega a suo nonno?
Negli anni ’70, durante un evento dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma, mia madre e mia nonna lo incontrano di persona e fu proprio lui, Armstrong a dire senza troppo giri di parole: “Senza il lavoro di Marconi, noi non saremmo mai riusciti ad andare sulla Luna”.
Salutiamoci con quella che secondo lei è la frase meglio racchiude lo spirito di Marconi, uomo e scienziato?
Subito dopo il primo esperimento transatlantico del 1901, tra Cornovaglia e Canada, mio nonno disse "Voglio creare una cinta che unirà tutti i contenuti del mondo". In fondo, il suo sogno più grande era proprio quello, e oggi a distanza di 150 anni dalla sua nascita possiamo dire che lo ha fatto davvero.
Lei non usa WhatsApp per scelta personale. Secondo lei suo nonno sarebbe stato d’accordo?
Credo che, come me, anche mio nonno non sarebbe stato felice dell'uso ossessivo che facciamo oggi della comunicazione, ad esempio sui social. Lui voleva unire il mondo attraverso la comunicazione, è vero, ma per scopi concreti e utili all’umanità, non per sterile esibizionismo.
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