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DUE POTERI RELIGIOSI A CONFRONTO

 

 

DUE POTERI RELIGIOSI A CONFRONTO NELLE ELEZIONI
OBAMA-ROMNEY

EBREI

Barack Obama verrà rieletto alla presidenza degli Stati Uniti per un ulteriore quadriennio. E questo accadrà grazie al voto degli ebrei americani.

E’ quanto scrive il portale d’informazione israeliano JSSNews.com : “Malgrado la sua catastrofica politica nei confronti di Israele, malgrado la sua diplomazia che spinge i palestinesi a chiedere sempre di più, malgrado un Iran presto dotato dell’arma atomica, malgrado il suo sostegno agli islamisti che hanno rovesciato Hosni Moubarak, gli ebrei americani voteranno massicciamente per Barack Obama.
Un sondaggio Gallup pubblicato da BuzzFeed mostra che gli elettori ebrei sostengono Obama contro Romney in un rapporto di 70% contro 25%.
Quattro anni fa, Obama aveva vinto la Casa Bianca grazie a un 69% di voti ebrei, contro appena il 25% raccolto dal suo rivale repubblicano McCain...
FONTE

La potente lobby ebraica, capitanata dall'AIPAC, finanzia le campagne elettorali e copre grandi fette dei costi dei candidati. Si dice che ogni presidente americano che abbia vinto in passato, abbia ricevuto le chiavi della Casa Bianca solo grazie all'appoggio ebraico. Senza quei soldi, quei contatti, quelle pressioni, difficile che si vinca.Ultima mossa in campo finanziario dell'amministrazione Obama per assicurarsi il benvolere ebraico è stata l'estensione per altri quattro anni delle garanzie sui prestiti concessi a Tel Aviv: quattro miliardi di dollari di garanzie da qui al 2016.
E a spegnere definitivamente le già flebili speranze palestinesi di un cambiamento di rotta della comunità internazionale, sono stati i primi quattro anni di amministrazione Obama: il primo presidente afroamericano a Washington aveva fatto sognare orizzonti di trasformazione - soprattutto dopo il noto discorso al Cairo con cui aprì al mondo arabo. Orizzonti subito traditi: nulla è cambiato, gli Stati Uniti non hanno messo in discussione il loro sostegno incondizionato a Tel Aviv, non hanno lavorato per gettare le basi di un processo di pace realistico (non imponendo ad Israele il congelamento dell'occupazione coloniale della Cisgiordania e di Gerusalemme Est) e hanno bloccato sul nascere il tentativo palestinese alle Nazioni Unite, nel settembre 2011...Eppure, se in Israele i sondaggi danno il Paese schierato con il partito repubblicano, negli Stati Uniti gli ebrei americani appoggiano strenuamente Obama il democratico: nel 2008 il 78% della popolazione americana di religione ebrea ha votato per l'attuale presidente, contro il 22% a favore dello sfidante McCain. Lo scarto è dovuto non solo alle visioni liberali della comunità ebraica, ma anche alla consapevolezza del sostegno - finanziario innanzitutto - che l'amministrazione democratica non ha mai fatto mancare ad Israele.
Tanto che oggi, a pochi giorni dalle elezioni presidenziali, un sondaggio della Gallup dà Obama in vantaggio netto su Romney tra la comunità ebraica: 64% contro 25%. FONTE

CATTOLICI

img086.jpgLe lettere che alcuni vescovi hanno fatto leggere dal pulpito la domenica pre-elettorale sono talmente filorepubblicane che mancava solo in omaggio l’adesivo Vote Romney da attaccare all’automobile. Non c’è da stupirsi se qualcuno si è chiesto se chiese così politicamente schierate possano continuare a godere delle esenzioni fiscali di cui godono in America le associazioni non-partisan e benefiche. Alcuni di questi prelati anti- Obama sono vescovi di seconda fila, ma altri sono vescovi in ascesa e tutt’altro che sconosciuti, come l’arcivescovo di Philadelphia, Charles Chaput e quello di Minneapolis- St. Paul, John Nienstedt (che ha schierato tutte le diocesi del Minnesota in prima fila nel referendum costituzionale contro il same sex marriage).
Questi pronunciamenti preelettorali dei vescovi cattolici sono il frutto di diversi fenomeni tipici dei rapporti tra Chiesa e politica negli Stati Uniti, e in primo luogo del fatto che il sistema politico bipartitico americano ha prodotto una Chiesa culturalmente e politicamente spaccata in due: oggi molto più che fino agli anni Settanta, quando il “cattolicesimo etnico” degli ex immigrati si identificava ancora coi democratici e il dibattito politico-teologico non era stato ancora travolto dalla questione dell’aborto. Il voto cattolico oggi è lo swing vote di gran lunga più importante tra quello dei gruppi religiosi americani.
Ma ci sono anche fatti più recenti che spiegano lo schieramento pro-Romney di gran parte della gerarchia cattolica. I vescovi cattolici non avevano gradito l’elezione di un democratico cautamente prochoice come Obama; la sua presa di posizione a favore del matrimonio omosessuale ha peggiorato ulteriormente la sua considerazione da parte dei vescovi. Dal 2010 la storia dei rapporti tra amministrazione Obama e la Conferenza episcopale americana è stata definita dalla legge di riforma sanitaria, che impone a tutti i datori di lavoro (compresi gli enti cattolici come ospedali, scuole e università) di offrire ai propri impiegati un’assicurazione sanitaria che comprenda pratiche mediche (come la contraccezione e l’aborto) che sono in contrasto con l’insegnamento morale della Chiesa. In seguito ad una reazione unanime di tutti i cattolici americani, liberal e non, la Casa Bianca modificò la prima bozza della legge per venire incontro ad alcune obiezioni dei vescovi: ma i vescovi non accettarono di dichiarare vittoria di fronte alle modifiche apportate alle legge.
L’insuccesso del tentativo della Conferenza episcopale di cancellare totalmente quella parte della legge sulle assicurazioni sanitarie per i cattolici e non cattolici che lavorano per enti cattolici fu presentata dai vescovi come l’inizio di una “persecuzione” contro la Chiesa in America. I vescovi lanciarono tra la fine del 2011 e l’estate del 2012 la crociata per la “difesa della libertà religiosa” della Chiesa cattolica negli Stati Uniti, culminata con due settimane di marce e proteste conclusesi il 4 luglio, in piena campagna elettorale.
Artefice di questo scontro, la Conferenza episcopale (guidata dal nuovo presidente, il cardinale Dolan di New York) ha semplicemente rinunciato all’idea di offrire ai fedeli una pacata riflessione preelettorale simile a quella pubblicata nel novembre 2007. La Conferenza episcopale non ha parlato di politica presidenziale se non per accusare Obama e i democratici di condurre una campagna anticattolica.
L’inizio del secolo XXI è chiaramente il “Catholic moment” nella storia della politica americana, ma ai vescovi sono sfuggiti alcuni elementi critici che avrebbero richiesto una riflessione profonda: per la prima volta nella storia ci sono due cattolici candidati alla vicepresidenza e non c’è nessun protestante bianco tra i candidati nei due ticket; il “racial divide” tra Obama e Romney attraversa anche gli elettori cattolici, con i bianchi in grande maggioranza schierati per Romney e i non bianchi per Obama; la dottrina sociale cattolica è al centro dello scontro tra le idee di società di Obama-Biden e Romney-Ryan.
Ma i vescovi continuano a trattare il voto dei cattolici come “single issue voters” – con l’aborto come la sola e unica questione decisiva.
Questioni come l’immigrazione, la povertà, l’ambiente non sono mai entrate nelle riflessioni elettorali della gerarchia cattolica in America. Ai vescovi è bastata la promessa di liberarsi di Obama, da parte di un mormone come Romney che sulle questioni prolife ha detto quasi tutto e il suo contrario – un candidato «multichoice», come lo chiamò Ted Kennedy. FONTE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"La situazione negli Stati Uniti è nota: sosteranno Israele chiunque sia il nuovo presidente - spiega Muhanned Abdelhamid, analista politico di Ramallah - Sono gli Stati Uniti ad adattarsi alla realtà israeliana e alla natura del suo governo e non il contrario: ciò significa che le posizioni americane riguardo Israele sono sempre le stesse".
Anche al tempo di
Hitler era anti-cristiano e Ebreo.
Obama, ripeterà la storia?

 

E Romney disse: “Preghiamo per Obama”

Barack Obama e Mitt Romney

Barack Obama questa notte è stato riconfermato presidente degli Stati Uniti d’America. Lo sfidante repubblicano, il mormone Mitt Romney nel suo discorso in cui ha annunciato la sconfitta si è rivolto ai suoi sostenitori dicendo: “Ora preghiamo per il Presidente“. Nonostante gli ultimi e recenti affondi della chiesa americana sull’apertura di Obama ai matrimoni gay e per l’”Obamacare”, che “ha imposto ai datori di lavoro il pagamento delle spese per contraccezione e aborto”, l’America tutta, l’America che crede, ora pregherà per aiutare il suo presidente nel difficile compito di governare la nazione più potente del mondo per altri 4 anni.

Solo qualche giorno fa la Conferenza Episcopale Americana ha inaugurato un sito web per la difesa della libertà religiosa, con l’arcivescovo di Baltimora, Mons. William E. Lori che con un video ha lanciato l’allarme sull’anticattolicesimo dilagante e sui pericoli dell’Obamacare: “con la riforma sanitaria di Obama si vuol espellere la chiesa dai campi delle sanità e dell’assistenza”, ha detto. Chiara quindi la posizione dell’episcopato statunitense; ma alla fine dove son finiti tutti quei cattolici delusi, ago della bilancia, che dovevano votare per Romney?

Molti si son tirati indietro dopo le gaffe dell’ex governatore repubblicano, soprattutto dopo quella sul tema della povertà, tema tanto caro al mondo cattolico (“I poveri? Non me ne occupo!”). Tanti altri invece si son lasciati “convincere” all’ultimo momento dal cattolicissimo Joe Biden, vice presidente di Obama (che ha avuto la meglio sull’altro “super cattolico”, Paul Ryan, candidato alla vicepresidenza con Romney) e dal movimento dei “Catholics for Obama”, i cattolici democratici guidato dalla vedova di Ted Kennedy, Victoria Reggie Kennedy.

Una serie di defezioni e figuracce insomma che hanno pesato sul risultato elettorale. Oggi non resta che pregare, pensa Romney, e invita il mondo cattolico a unirsi a lui in preghiera per il nuovo mandato del cristiano Barack Obama.

Obama e Romney in lotta per il voto delle lobby ebraiche

27/07/2012, 19:49
WASHINGTON (USA) - Continua la campagna elettorale tra Barack Obama e Mitt Romney (anche se quest'ultimo non è stato ancora ufficialmente nominato come sfidante dalla convention dei Repubblicani). Ed adesso l'obiettivo comincia ad essere accattivarsi i voti delle varie lobby.
A cominciare da quella ebraica, una delle più potenti degli Usa. Per questo nei prossimi giorni Mitt Romney andrà in visita ufficiale in Israele, dove sono previsti incontri anche con membri del governo Netanyahu. E nella stessa ottica il presidente Barack Obama ieri ha firmato un decreto che stanzia 70 milioni di dollari in aiuti militari per Israele.
La legge, chiamata "United States-Israel Enhanced Security Cooperation Act" (Legge per la cooperazione e la sicurezza combinata tra Stati Uniti ed Israele), ha avuto l'appoggio bipartisan in Congresso, come sempre succede negli Usa nelle leggi che finanziano l'arsenale a disposizione dell'esercito israeliano. Fonte

Obama e Romney da un punto di vista ebraico

Barack Obama verrà rieletto alla presidenza degli Stati Uniti per un ulteriore quadriennio. E questo accadrà grazie al voto degli ebrei americani.

E’ quanto scrive il portale d’informazione israeliano JSSNews.com : “Malgrado la sua catastrofica politica nei confronti di Israele, malgrado la sua diplomazia che spinge i palestinesi a chiedere sempre di più, malgrado un Iran presto dotato dell’arma atomica, malgrado il suo sostegno agli islamisti che hanno rovesciato Hosni Moubarak, gli ebrei americani voteranno massicciamente per Barack Obama.
Un sondaggio Gallup pubblicato da BuzzFeed mostra che gli elettori ebrei sostengono Obama contro Romney in un rapporto di 70% contro 25%.
Quattro anni fa, Obama aveva vinto la Casa Bianca grazie a un 69% di voti ebrei, contro appena il 25% raccolto dal suo rivale repubblicano McCain.

Sempre su JSSNews.com si legge che “il biglietto che Mitt Romney ha lasciato in una fessura del Muro del pianto (durante una sua recente visita in Israele, ndr) è stato discretamente ritirato dagli agenti della Fondazione del Patrimonio per il Muro Occidentale.
La Fondazione ha precisato di averlo messo in un posto diverso del Muro, protetto da sguardi indiscreti e giornalisti curiosi per mantenere il riserbo su quanto scritto da Romney.
Di fatto, si voleva evitare una replica di quanto era accaduto nel 2008, quando l’ex senatore (e candidato alla presidenza) Barack Obama si era recato al Muro del pianto per lasciarvi un biglietto.
Pochi minuti dopo la sua partenza, il biglietto era stato preso da un giornalista, che lo aveva fatto pubblicare nel quotidiano Maariv.
La pubblicazione dei pensieri di Obama sul giornale aveva attirato l’ira di tutti i commentatori israeliani.
Il rabbino preposto al Muro Occidentale, Shmuel Rabinovitz, aveva ricordato che “i biglietti lasciati nel Muro sono un contatto tra la persona e il suo Creatore. E’ proibito leggerli o farne un qualunque uso.” FONTE

Data: 26 settembre 2012

 

novembre 2012 - La fede nell'urna

Decidono i cattolici?

 

Vota Romney
Le lettere che alcuni vescovi hanno fatto leggere dal pulpito la domenica pre-elettorale sono talmente filorepubblicane che mancava solo in omaggio l’adesivo Vote Romney da attaccare all’automobile. Non c’è da stupirsi se qualcuno si è chiesto se chiese così politicamente schierate possano continuare a godere delle esenzioni fiscali di cui godono in America le associazioni non-partisan e benefiche. Alcuni di questi prelati anti- Obama sono vescovi di seconda fila, ma altri sono vescovi in ascesa e tutt’altro che sconosciuti, come l’arcivescovo di Philadelphia, Charles Chaput e quello di Minneapolis- St. Paul, John Nienstedt (che ha schierato tutte le diocesi del Minnesota in prima fila nel referendum costituzionale contro il same sex marriage).
Questi pronunciamenti preelettorali dei vescovi cattolici sono il frutto di diversi fenomeni tipici dei rapporti tra Chiesa e politica negli Stati Uniti, e in primo luogo del fatto che il sistema politico bipartitico americano ha prodotto una Chiesa culturalmente e politicamente spaccata in due: oggi molto più che fino agli anni Settanta, quando il “cattolicesimo etnico” degli ex immigrati si identificava ancora coi democratici e il dibattito politico-teologico non era stato ancora travolto dalla questione dell’aborto. Il voto cattolico oggi è lo swing vote di gran lunga più importante tra quello dei gruppi religiosi americani.
Ma ci sono anche fatti più recenti che spiegano lo schieramento pro-Romney di gran parte della gerarchia cattolica. I vescovi cattolici non avevano gradito l’elezione di un democratico cautamente prochoice come Obama; la sua presa di posizione a favore del matrimonio omosessuale ha peggiorato ulteriormente la sua considerazione da parte dei vescovi. Dal 2010 la storia dei rapporti tra amministrazione Obama e la Conferenza episcopale americana è stata definita dalla legge di riforma sanitaria, che impone a tutti i datori di lavoro (compresi gli enti cattolici come ospedali, scuole e università) di offrire ai propri impiegati un’assicurazione sanitaria che comprenda pratiche mediche (come la contraccezione e l’aborto) che sono in contrasto con l’insegnamento morale della Chiesa. In seguito ad una reazione unanime di tutti i cattolici americani, liberal e non, la Casa Bianca modificò la prima bozza della legge per venire incontro ad alcune obiezioni dei vescovi: ma i vescovi non accettarono di dichiarare vittoria di fronte alle modifiche apportate alle legge.
L’insuccesso del tentativo della Conferenza episcopale di cancellare totalmente quella parte della legge sulle assicurazioni sanitarie per i cattolici e non cattolici che lavorano per enti cattolici fu presentata dai vescovi come l’inizio di una “persecuzione” contro la Chiesa in America. I vescovi lanciarono tra la fine del 2011 e l’estate del 2012 la crociata per la “difesa della libertà religiosa” della Chiesa cattolica negli Stati Uniti, culminata con due settimane di marce e proteste conclusesi il 4 luglio, in piena campagna elettorale.
Artefice di questo scontro, la Conferenza episcopale (guidata dal nuovo presidente, il cardinale Dolan di New York) ha semplicemente rinunciato all’idea di offrire ai fedeli una pacata riflessione preelettorale simile a quella pubblicata nel novembre 2007. La Conferenza episcopale non ha parlato di politica presidenziale se non per accusare Obama e i democratici di condurre una campagna anticattolica.
L’inizio del secolo XXI è chiaramente il “Catholic moment” nella storia della politica americana, ma ai vescovi sono sfuggiti alcuni elementi critici che avrebbero richiesto una riflessione profonda: per la prima volta nella storia ci sono due cattolici candidati alla vicepresidenza e non c’è nessun protestante bianco tra i candidati nei due ticket; il “racial divide” tra Obama e Romney attraversa anche gli elettori cattolici, con i bianchi in grande maggioranza schierati per Romney e i non bianchi per Obama; la dottrina sociale cattolica è al centro dello scontro tra le idee di società di Obama-Biden e Romney-Ryan.
Ma i vescovi continuano a trattare il voto dei cattolici come “single issue voters” – con l’aborto come la sola e unica questione decisiva.
Questioni come l’immigrazione, la povertà, l’ambiente non sono mai entrate nelle riflessioni elettorali della gerarchia cattolica in America. Ai vescovi è bastata la promessa di liberarsi di Obama, da parte di un mormone come Romney che sulle questioni prolife ha detto quasi tutto e il suo contrario – un candidato «multichoice», come lo chiamò Ted Kennedy. Fonte

 
 





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